Il vizio della speranza: Edoardo De Angelis e il cast incontrano la stampa

La seconda giornata della Festa del Cinema di Roma 2018 regala ulteriori spaccati di riflessione e momenti ad alta intensità. Apre la sequela mattutina in sala Petrassi “Il vizio della speranza” di Edoardo De Angelis, alla quinta prova sulla lunga durata. A presentarlo lo stesso De Angelis, un cast che convince e ammalia – Pina Turco, Massimiliano Rossi, Marina Confalone, Cristina Donadio -, il maestro Enzo Avitabile, dietro le musiche del dramma ‘parabolico’ in salsa campana.

 

Il vizio della speranza: resilienza e miracolo

 

Il vizio della speranza - fotoDe Angelis lo sottolinea laconicamente, sin dalle prime battute: in questa vita vince chi resiste all’inverno, ai giorni interminabili e bui. Da qui si snoda “Il vizio della speranza”, si dilata e fluisce capillarmente. La noctis aeterna cade sulla costa campana, sulle macerie, sulla storia di Maria (Pina Turco); nelle tenebre, solo il coraggio di accendere il fuoco – spiega il regista – può aprire al miracolo, strappare il destino all’ovvio. La resilienza, il piegarsi alle incombenze senza perdere identità e fede – a volte radicalmente cristiana, altre sottilmente laica -, la Resistenza umana è la più grande delle rivoluzioni. Chiare le necessità etiche che sostengono il film, che ne fanno da scheletro e impalcatura.

Visione rinforzata da Pina Turco, che ricorda come il seme, il germe di ogni grande rivoluzione e cambiamento passino necessariamente dalla speranza, dal vizio terribile ma necessario di credere e tendere a qualcosa di altro. Sogno e aspettativa sono parentesi necessarie all’uomo – è palese -, ma l’atto dell’imprimersi nella storia, nell’intessere il proprio destino (filo dopo filo) diventano imperativi necessari. Ci si sottrae al flusso delle catastrofi solo sperando e agendo, l’essere fattuali e contemporaneamente aprirsi a ogni possibilità di senso. Dalla ferita più profonda, dal terzo grado di ustione può nascere la sospensione, il miracolo che pervade in un gioco di corrispondenze il film.

Lo studio del linguaggio in ogni nuova possibile diramazione torna all’attenzione di De Angelis, che sostiene la necessità per gli artisti della camera di ricercare e innovarsi – imperativo, urgenza inderogabile e necessità, di osservarsi e osservare, cercando con occhi nuovi e critici la modalità più corrette di cogliere un presente mutevole. Un lavoro certosino e limato, confermato dal parere di Cristina Donadio (nota ai più per la serie “Gomorra”): il nocciolo della difficoltà della pellicola risiedeva nel dipingere un personaggio in chiaroscuro, Alba, donna e madre terribile poiché inconsapevole della violenza sotterranea esercitata sulla figlia. Da qui la necessità di lavorare per sottrazione, togliere, unica via per la rappresentazione di un stato catatonico esistenziale.

 

Il vizio della speranza: l’arcaico e il femminino

Umberto Contarello, dietro la sceneggiatura del film, analizza puntualmente la radice da cui la pellicola fiorisce: la struttura strizza all’occhio alla parabola, al monito tramandato di bocca in bocca per millenni, al pedagogico biblico. È uno scontro frontale, un ergersi quasi titanico di fronte a un nodo etico di questi anni: la banalizzazione della nascita, il miracolo del venire al mondo che perde vividezza e centralità. Da qui si eleva un leitmotiv spirituale, mistico, religioso – quasi nella miglior tradizione barocca italiana – esplicitamente e ostentatamente cristiano.

Il filo è nascosto e quasi impercettibile, si dipana silenziosamente tramite immagini e rimandi mai ostentati; è un Dio nascosto ma percepibile, che osserva in maniera ossequiosa il dramma e si palesa solo nel puro, singolo momento della venuta al mondo. Per questo la pellicola aveva la necessità di essere donna, femmina nella carne e nello spirito: attraverso un giro tortuoso, rendere di nuovo centrale il femminino, l’incanto e il segreto che il grembo porta. Un viaggio estenuante che per essere universale deve ritornare all’arcaico, a quello che siamo stati nella nostra più intima natura –  unica strada per uscire dalla galera del contemporaneo.

 

Simone Stirpe

19/10/2018

 

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