Il tocco del peccato – Recensione

Il tocco del peccato – Recensione

Il tocco del peccato: il nuovo lavoro del regista Jia Zhangke, miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 2013, affronta con minuziosa cura del particolare le tensioni sotterranee della Cina contemporanea

(Tian Zhu Ding) Regia: Jia Zhang-Ke – Cast: Wu Jiang, Vivien Li, Lanshan Luo, Baoqiang Wang, Jia-yi Zhang, Tao Zhao – Genere: Drammatico, colore, 129 minuti – Produzione: Cina, 2013 – Distribuzione: Officine Ubu – Data di uscita: 21 novembre 2013.

a-touch-of-sin-locLa veloce e pazzesca trasformazione della Cina, l’enorme divario tra ricchi e poveri, il dilagare dell’ingiustizia sociale: sono solo alcune delle molteplici tematiche affrontate dal regista Jia Zhangke nel suo nuovo lavoro “Il tocco del peccato”, palesemente lontano dalle precedenti opere “The World” e “Still Life”.

Quattro storie di violenza e di morte realmente accadute in quattro diverse regioni della Cina: un minatore pieno di rabbia che, non riuscendo a resistere al senso di impotenza che lo tormenta, decide di ribellarsi alla corruzione dei capi villaggio nella fredda provincia dello Shanxi (luogo natale del regista); un emigrante di ritorno a casa che, a Chongquing (città rurale del sudovest vicina alle Tre Gole), si affida alle possibilità offerte da un’arma da fuoco per risolvere i suoi problemi; una graziosa receptionist dello Hubei, Cina centrale, che si spinge al di là di ogni limite quando viene molestata da un ricco cliente; un giovane ragazzo che lascia il suo lavoro per intraprenderne di nuovi provando a cambiare, inutilmente, la propria condizione di vita.

Le tragiche notizie di cronaca sono state utilizzate da Jia Zhangke per delineare un esaustivo ritratto della Cina contemporanea, per riflettere e mettere lucidamente a fuoco una società asiatica in cui, a causa della distribuzione diseguale del benessere, molto spesso la violenza viene vista dai più deboli come l’unico mezzo per difendere il proprio onore e la propria dignità. Nella Cina del boom economico in cui tutto sembra a portata di mano, esiste, infatti, una profonda crisi sociale, una profonda tensione sotterranea pronta ad esplodere.

Ed è questa esplosione che viene magistralmente rappresentata da Jia Zhangke: una violenza improvvisa, clamorosa, impressionante, in cui uomini e donne uccidono come fossero preda di un raptus (emblematico il primo piano della giovane receptionist che, una volta compiuto l’omicidio, si aggira nella notte impugnando saldamente il proprio coltellino a serramanico) e che il regista cinese, a differenza dei suoi precedenti lavori, osserva e riproduce con minuziosa attenzione, focalizzandosi principalmente sulla brutalità degli spari e dei tagli, mostrando moltissimo – forse anche troppo – sangue e rendendo così evidente la cura e la precisione effettuata per rendere al meglio la potenza delle immagini.

Silvia Raimondi

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