Il figlio dell’altra – Recensione

Un lasciapassare per il muro che divide Israele e Palestina: la storia di due famiglie

(Le Fils de l’Autre ) Regia: Lorraine Lévy – Cast: Emmanuelle Devos, Jules Sitruk, Bruno Podalydès, Pascal Elbé, Khalifa Natour, Ezra Dagan, Mehdi Dehbi, Areen Omari – Genere: Drammatico, colore, 105 minuti – Produzione: Francia, 2012 – Distribuzione: Teodora Film – Data di uscita: 14 marzo 2013.

il-figlio-altraJoseph e Yacine: un destino tortuoso e incredibile li unisce inestricabilmente. Uno vive a Tel Aviv, l’altro in un villaggio nei territori occupati della Cisgiordania. Uno è israeliano l’altro palestinese. O viceversa? Una strana ironia della sorte ha fatto sì che i due bambini fossero scambiati alla nascita, i due ragazzi non potrebbero avere una vita più diversa e la scoperta dell’errore getta in una crisi profonda loro, e le rispettive famiglie.

“Vuoi dire che io sono l’altro? E che l’altro sono io?”, una delle domande che assilla Joseph, che non può fare a meno di chiedersi come si vive dall’altra parte, come sarebbe essere arabo. E il suo cammino spirituale percorso fino a quel momento? Il suo ebraismo? Tutto uno sbaglio, una beffa di un destino che si è preso gioco di lui, di tutti loro?

Joseph è il classico diciottenne coccolato e viziato, che veste all’ultima moda, bada a come stanno i suoi capelli e suona la chitarra sulla spiaggia davanti ai falò insieme ai suoi amici: spensierato, sereno.

Yacine ci viene presentato dalla regista in tutt’altro modo, come un ragazzo con la testa sulle spalle che sta per lasciare la famiglia per proseguire gli studi in Francia, già proiettato in una realtà che lo obbliga ad essere uomo.

La differenza salta agli occhi immediatamente, ed è perfettamente incarnata dai due attori.

Il film inizia veramente quando quel gruppo sanguigno impossibile fa scattare un allarme sordo e angoscioso nella mente di Orith, la madre di Joseph, e da quel momento, come un sassolino lanciato nell’acqua che crea onde di superficie e profondità, provocando una serie infinita di reazioni a catena, tutti saranno coinvolti nel capire, nel conoscere e nell’accettare l’errore che un’infermiera, sotto i bombardamenti di Tel Aviv del 1993, ha commesso dando a due madri il figlio dell’altra.

È una storia raccontata attraverso le reazioni dei personaggi a un fatto scatenante, reazioni mostrate attraverso punti di vista sempre differenti, ma che ruotano tutte intorno al nucleo familiare: prima quelle delle madri, poi quelle dei padri, e infine quelle dei fratelli, non meno violente di quelle dei genitori.

Ma la famiglia la tira su la donna ed è centrale nel film il ruolo pacificatore che le due madri rivestono nell’intrico di sentimenti, mai ovvi e contrastanti che invadono tutti i personaggi, che sono a pari modo protagonisti esattamente come i due ragazzi.

Con un atteggiamento di grande umiltà viene raccontata una straordinaria storia di tutti i giorni attraverso la quotidianità di due famiglie legate contro ogni logica.

Inevitabilmente il film ha un sapore politico, ma si vede e si sente che fin dall’inizio non c’era questo intento.

Parla di condivisione, di apertura, di speranza, ma soprattutto di accettazione, dell’altro e di se stessi.

È un film equilibrato e potente che mira a spezzare i pregiudizi e a offrire sempre un altro punto di vista sulle cose.

Paola Rulli

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