Il commissario Montalbano – Il metodo Catalanotti – Recensione

Il commissario Montalbano – Il metodo Catalanotti – Recensione

Un racconto che racchiude in sé tutto ciò che Camilleri amava raccontare

Il commissario Montalbano - Il metodo Catalanotti

Trentasettesimo film della serie del più famoso Commissario d’Italia, “Il commissario Montalbano – Il metodo Catalanotti” è tratto dall’omonimo romanzo di Andrea Camilleri, e arriva sullo schermo a più di un anno dalla morte dello scrittore siciliano. Le riprese furono funestate dalla morte del regista Alberto Sironi e dello storico scenografo Luciano Ricceri. Queste gravi perdite crearono sgomento nel cast e tra gli addetti ai lavori, e portarono Luca Zingaretti a rivestire, da un momento all’altro, il doppio ruolo di attore e regista, portando egregiamente a conclusione le riprese del film.

Scritto da un Camilleri ultra novantenne e pubblicato da Sellerio a maggio 2018, “Il metodo Catalanotti” racchiude in se tutte le tematiche care allo scrittore siciliano, ed è pervaso da un’inquietudine forse dettata dalla consapevolezza da parte sua del poco tempo che aveva avanti a sé. La trama gialla è inserita in una stretta maglia di riflessioni sulla vita, la morte, l’amore, le passioni, e Montalbano è assalito da una voglia di vivere inusuale, quasi non ci fosse un domani. Il tema dell’identità di pirandelliana memoria, è lo strumento ideale per portare sullo schermo drammi e gioie, in una girandola di personaggi singolari, che affollano il teatro della vita.

Il commissario Montalbano – Il metodo Catalanotti: il teatro come fulcro drammatico e al contempo maestro di vita

Il commissario Montalbano - Il metodo Catalanotti

Ma il teatro è anche uno dei protagonisti attivi della narrazione, perché è tra i ‘teatranti’ che si compie il delitto su cui indagare, e sono sempre loro che portano alla luce il singolare ‘metodo’ al centro delle vicende. Montalbano è affiancato come sempre da Fazio e Augello, e a quest’ultimo sono riservate le situazioni più divertenti e spassose del racconto. Mimì è il ‘fimminaro’ di sempre, mentre il commissario di Vigata è ad un bivio esistenziale, in cui le passioni hanno la meglio sulla ragione, e quei criteri che hanno da sempre contraddistinto il suo operare privato sembrano sciogliersi come neve al sole, sopraffatti da emozioni nuove ed eccitanti.

Un film al femminile, con attrici di talento

Il commissario Montalbano - Il metodo Catalanotti

Tante le figure femminili che popolano le vicende, che come sempre Camilleri definisce con particolare cura e amore. Greta Scarano veste i panni del nuovo capo del ‘circo equestre’, la scientifica, creando non poco scompiglio nella vita di Salvo. Deliziosa Marina Rocco, nei panni di un’attrice che ha subito il ‘metodo’, il suo è il ruolo più divertente. Di particolare intensità l’interpretazione di Antonia Truppo, e molto brava anche Monica Dugo, che il pubblico di Rai 1 ha amato in “Imma Tataranni”.

Il groviglio delle indagini, come sempre pian piano si dipana, portando lo spettatore ad un colpo di teatro finale, in cui il palcoscenico si riveste di verità, ospitando l’ammissione della colpa. Ma in un gioco di doppi e specchi chi è poi la vera vittima?

“Il commissario Montalbano – Il metodo Catalanotti” ha quel giusto equilibrio tra indagine investigativa, sentimento e ironia, che lo farà apprezzare dal pubblico, che non potrà che rimanere sgomento dalle decisioni riguardanti la sfera privata del commissario: “È come aver fatto fare una rapina a Cappuccetto Rosso”, per usare le parole di Zingaretti.

26/02/2021

Maria Grazia Bosu

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