Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans – Recensione

Werner Herzog torna sugli schermi per raccontare luci e ombre del tenente Terence McDonagh, tossicodipendente, giocatore incallito, perso tra i vicoli di una New Orleans sudicia e criminale

(Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans) – Regia: Werner Herzog – Cast: Nicolas Cage, Eva Mendes, Val Kilmer, Xzibit, Fairuza Balk – Genere: Drammatico, colore, 121 minuti – Produzione: Usa, 2009 – Distribuzione: 01 Distribution – Data di uscita: 11 settembre 2009.

Werner Herzog, cil-cattivo-tenentehe sostiene di non aver preso ispirazione dal “Bad Liutenant” di Abel Ferrara per realizzare “Cattivo Tenente – Ultima chiamata New Orleans”, ricorda molto Martin Scorsese che al momento di presentare il suo “The Departed” affermò di non aver visto in precedenza “Infernal Affairs” degli hongkonghesi Lau e Mak. Entrambi non sono credibili.

L’ultima fatica del celebrato regista tedesco, in concorso alla 66° Mostra del Cinema di Venezia, si può infatti a tutti gli effetti considerare un remake hollywoodiano del più famoso film del regista italo-americano maudit. Anche questo Tenente, Terence McDonagh, impersonato da Nicolas Cage, è per l’appunto un poliziotto tutt’altro che irreprensibile. A causa di una brutta caduta in servizio, che oltre a regalargli una promozione di grado gli ha causato un trauma permanente alla schiena, è divenuto tossicodipendente ed accumula debiti su debiti, frutto di una passione smodata per le scommesse sportive. In più la sua relazione con la prostituta Frankie (Eva Mendes) lo porta a cacciarsi in guai crescenti con il crimine e i poteri forti di New Orleans, mettendo continuamente a rischio la sua carriera, fino a quando il fortunato esito di una indagine a lui affidata sembra aver rimesso in carreggiata la sua vita… O forse no.

 A differenza del suo predecessore questo “Cattivo Tenente” manca totalmente dell’ossessione cattolica colpa/perdono, sottofondo costante del film del 1992, per dare spazio al crescendo delirante di Cage che invece di cristi crocefissi “vede” alligatori, iguane e parla con i pesci. Se è vero che come Harvey Keitel arresta gli spacciatori solo per impossessarsi e consumare a sua volta la loro mercanzia, riesce però anche ad avere atteggiamenti teneri e protettivi verso Frankie e il padre, poliziotto in pensione e alcolista in via di redenzione.

Lo sfondo non è più la lurida New York pre Rudolph Giuliani, ma una disastrata New Orleans dove il fascino del jazz e dei riti voodoo è stato spazzato via dal cataclisma Katrina e sostituito da scenari trasudanti degrado umano e materiale. C’era molta curiosità su come Herzog avesse potuto per la prima volta affrontare una produzione e un cast decisamente poco autoriale.

Il risultato è un film comunque riuscito in cui i suoi temi ricorrenti (il taglio documentaristico, la natura selvaggia e ostile e i personaggi fuori dagli schemi) emergono però solo a tratti, come nelle citate scene con i rettili, nelle frequenti camere a mano e nelle visioni oniriche del protagonista. Non mancano i momenti divertenti e le situazioni volutamente sopra le righe, in cui Cage stesso così come i malavitosi con cui si relaziona assumono caratteri da macchiette tarantiniane.

Il cast intero è promosso a pieni voti, con il solo Val Kilmer sotto utilizzato e comunque oscurato da un Nicolas Cage in gran forma: spesso farneticante, travolto dal vizio come solo in “Via da Las Vegas” e assolutamente convincente nel suo incedere pesante e sbilenco.

Vassili Casula

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