I primi della lista – Recensione

I primi della lista – Recensione

Una commedia che rievoca la storia di Pino Masi e compagni e del loro sconfinamento in Austria per chiedere asilo politico

Regia: Roan Johnson – Cast: Claudio Santamaria, Francesco Turbanti, Daniela Morozzi, Fabrizio Brandi, Sergio Pierattini – Genere: Commedia, colore, 85 minuti – Produzione: Italia, 2011 – Distribuzione: Cinecittà Luce – Data di uscita: 11 novembre 2011.

iprimidellalista“Quello che non ho, è una camicia bianca, quello che non ho è di farla franca, quello che non ho sono le sue pistole per conquistarmi il cielo, per guadagnarmi il sole”, cantavano alla chitarra De Andrè e i tre protagonisti della storia vera dell’ultimo film di Roan Johnson, intitolato “I primi della lista”.

Chiunque sia questo colletto bianco, che ghigna impunito e ha un segreto in banca, sono molti i mostri che allora come oggi, è in grado di evocare.

Ne è la vittima prescelta Pino Masi, cantautore famoso sulla scena pisana durante gli anni di piombo, lui che ”i fascisti ce l’aveva in casa”.

Lo sono, perché troppo giovani e ingenui, anche i suoi due discepoli, Fabio Gisimondi e Renzo Lulli. Per niente anonimi alla stampa, che nel ’70 titola in prima pagina del loro sconfinamento della frontiera austriaca per chiedere asilo politico da un golpe, i tre fuggono perché, come artisti politicamente impegnati, temono i danni di una proscrizione.

In realtà il loro impegno consiste nel partecipare alle assemblee del proprio istituto liceale e il colpo di stato da cui scappano non avverrà se non diversi anni dopo. Nonostante gli esiti comici, questa esperienza non regala loro solo disapprovazione.

La storia vissuta nella realtà da questi ragazzi, interpretati sul grande schermo da Claudio Santamaria (ovviamente volto del Masi), Paolo Cioni (Fabio Gismondi) e Francesco Turbanti (senza dubbio rivelazione dell’anno grazie al ruolo di Lulli), si rivela, infatti, il primo episodio di una crescita, che il disvelamento di una realtà molto meno romantica e confusa, aiuta a maturare.

Lo sguardo del Masi ha del paranoico, ma la cicatrice procuratagli dal padre e che gli segna il petto è un dato di fatto. Diviene così metafora di un Italia che anche a distanza di anni dalla caduta del regime è ancora molto sensibile a quella ferita, per questo l’atteggiamento agitato e le reazioni scomposte o come nel caso del gruppo in fuga, grottesche. Come abbiamo detto, il loro è però un percorso di formazione, così il Masi comprende che nella sua solitudine e rinnegamento non è solo.

Il Lulli si ribella al potere paterno che lo fa sentire inadeguato, mentre il Gismondi non sarà più preda di ideologie alla moda.Questa nuova lente disincantata entro cui guardare da adesso il mondo, inoltre, non toglierà loro la possibilità di sognare, proprio come nella canzone di De Andrè.

Questo il merito del film: di abbandonare ogni retorica, di trasmettere allo spettatore la passione e l’ingenuità ormai rarefattesi negli anni, di affrancarsi da tutti quei film che quel periodo, rappresentato fino alla nausea, hanno finito per didascalizzare.

Insomma, una storia vera che assomigliava ad un film e che film fu. Scoprirete solo alla fine, una volta che vi sarete affezionati a quei toscanacci del Masi, del Gismondi e del Lulli, cosa il destino aveva in serbo per loro, ritrovandovi immancabilmente a sorridere.

Cecilia Sabelli

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