Hunger Games – Recensione

Hunger Games – Recensione

Immagine di una società post apocalittica, di fatto non molto lontana da quella contemporanea

(The Hunger Games) Regia: Gary Ross – Cast: Lenny Kravitz, Jennifer Lawrence, Elizabeth Banks, Woody Harrelson, Stanley Tucci, Wes Bentley, Leven Rambin, Jacqueline Emerson, Paula Malcomson, Isabelle Fuhrman, Alexander Ludwig, Josh Hutcherson, Willow Shields, Liam Hemsworth, Brooke Bundy, Latarsha Rose – Genere: Drammatico, 117 minuti – Produzione: USA 2013 – Distribuzione: Warner Bros Italia – Data di uscita: 1 maggio 2012.

hungergames“Hunger Games” è un film in cui già i primi minuti di visione ci fanno sorgere qualche domanda circa la trama della storia che si sta per sviluppare. Infatti, dalla prime battute siamo catapultati all’interno di una società di un altro tempo. Oppure no? Si tratta di uno dei distretti di una città del Nord America, che ricorderebbe quasi quello di una comunità amish, abitato da gente estremamente povera, senza elettricità, acqua corrente, e qualsivoglia segno di modernità, gente costretta da un ignoto “sistema” prestabilito a procacciarsi di che vivere. Ci si chiede subito cosa porti questa popolazione a accettare queste condizioni. La risposta risiede probabilmente all’interno del libro, per tanto sarebbe consigliata la lettura del primo romanzo della trilogia di Suzane Collins a cui la pellicola si ispira.

Questa loro esistenza, già difficile, è presto turbata dal cosiddetto giorno della “mietitura”, termine che ricorderebbe i sacrifici offerti alle divinità dell’antichità, in segno di buon auspicio. Protagonisti della mietitura in “The Hunger Games” sono alcuni giovani tra i 12 e 18 anni che vengono reclutati per mezzo di un sorteggio per partecipare a una particolare forma terrificante di reality show. Dopo un breve filmato-propaganda che ricorda quello delle più note dittature, l’eroina protagonista compie il primo gesto che la designa come tale: si offre volontaria al posto della sorella. La scelta la proietta di colpo nel urbanissima Capital City assieme al suo compagno di gioco.

Di colpo si passa a un’ambientazione che ricorda “Blade Runner” di Ridley Scott o “ The Island” di Michael Bay. Una visuale asettica e forzatamente sfarzosa che si riflette nei gusti e nella mentalità dei suoi abitanti. Vita e colori, sembrano vivi e frenetici. Quella gente è altrettanto frenetica e attende impaziente di conoscere i poveri protagonisti, per avere la sua dose di adrenalina. I partecipanti vengono sottoposti a veri e propri rituali che simboleggiano il passaggio dal vecchio al nuovo mondo.

L’accesso a quest’ultimo, ovvero al cuore degli spettatori, semmai ne avessero uno, è concesso solo a chi riuscirà meglio a sfruttare le proprie carte in un gioco violento in cui è ammesso un solo vincitore, pena la morte di tutti gli altri. La location che fa da sfondo al reality sembra essere un’immensa e desolata foresta. È qui che il gioco si apre con una improvvisa carneficina: l’accesso iniziale ai viveri e alle armi li pone già uno contro l’altro. È proprio ai fini della sopravvivenza che la protagonista asseconderà questa realtà pilotata, inscenando l’innamoramento verso il proprio compagno di distretto. Non è forse la banalizzazione dei sentimenti, un tema ricorrente nei nostri reality? Portando alle estreme conseguenze la finzione, la protagonista finisce appunto per smascherarla.

“The Hunger Games” sembrerebbe la caricatura della tipica società contemporanea dove l’individualismo la fa da padrone, ma si tratta di quel tipo di individualismo che non si traduce in possibilità di esprimersi al meglio ed essere se stessi, quanto piuttosto indossare panni come delle pedine e delle maschere tipizzate dalla collettività.

Giulia Surace

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