Hereafter – Recensione

Tre personaggi accomunati dall’aver sfiorato l’esperienza della morte si ritrovano vicini, in un magistrale film di Clint Eastwood sul tema dell’ultraterreno

Regia: Clint Eastwood – Cast: Matt Damon, Cécile De France, Jay Mohr, Bryce Dallas Howard, George McLaren, Frankie McLaren, Thierry Neuvic, Marthe Keller, Mylène Jampanoï, Charlie Holliday, Jenifer Lewis – Genere: Drammatico, colore, 129 minuti – Produzione: USA, 2010 – Distribuzione: Warner Bros Italia – Data di uscita: 5 gennaio 2011.

hereafterAssenza di tempo, moto e gravità. Un senso di onnipotenza e di onnipresenza. Stiamo parlando di ciò che viene dopo la vita così come immaginato o forse davvero percepito, dal personaggio di Marie nell’ultimo film di Clint Eastwood, dal titolo “Hereafter”. Dopo quarant’anni di carriera e una pluripremiata esperienza come produttore, attore e autore jazz di colonne sonore, inclusa quella di questo film, il regista americano affronta per la prima volta il delicato tema dell’ultraterreno.

Proprio come il collega messicano Inarritu, che in “Babel” rivelava tutta la propria ossessione per le coincidenze del destino e le storie parallele, anche Eastwood lo fa, attraverso gli occhi di tre persone, in tre diverse località geografiche e per un terzo del film facendo coraggiosamente parlare i suoi personaggi in francese. Tra l’eleganza e la modernità parigine di Palais Chaillot, passando per San Francisco, resa riconoscibilissima dal Golden Gate Park, arrivando infine ai Chancellor Estates di Londra, che i più conosceranno come i desolati edifici di Elephant and Castle, “Hereafter” si svela attraverso le vicende, rispettivamente, della giornalista francese Marie, del sensitivo George e dei gemelli adolescenti Jason e Marcus, i quali, seppure distanti ed estranei tra di loro, si ritrovano accumunati tutti e tre da una vita di profonda solitudine.

A gettarli in questo stato, il contatto ravvicinato con la morte. Solo tra di loro possono capirsi e trovare assistenza. Sarà pertanto ad un incontro fortuito, organizzato dal destino, che avranno la possibilità di liberare finalmente se stessi da tale dolorosa gabbia.

I personaggi, come il regista e come molti di noi nella vita reale, si confrontano con la caducità della natura e con l’ansia da perdita di controllo, che segue una qualunque esperienza del mistero della morte. Prendere coscienza che tutto questo un giorno finirà e che ciò che gli seguirà sarà l’ignoto, rappresenta spesso un trauma, che però in questo caso i personaggi scoprono come superare.

“Hereafter” di Clint Eastwood non è, dunque, uno di quei film che lascia senza risposte, come chiunque assistesse distrattamente alla sua proiezione potrebbe credere. Viene in mente una citazione di Giordano Bruno: “Non è la materia che genera il pensiero, è il pensiero che genera la materia”; come a dire che ciò che in fondo conta è lo spirito e che la paura o il trauma della perdita possono essere neutralizzati smettendo di credere solo a ciò che appare ed evitando di farci illudere dai sensi.

La regia Eastwoodiana si offre sensibile, creativa e a scanso di eccessi come sempre e la volontà di includere, così come avvenuto per “Invictus” (2009), l’ormai brizzolato Matt Damon nel cast, scongiura una qualunque possibilità che lo spettatore rimanga deluso. Una pellicola, dunque, che non superando i livelli di “Mystic River” (2003) o di “Gran Torino” (2007), ha il raro merito di raccontare magari non una storia vera, ma di certo una vera storia. Non lo si lasci stupidamente sfuggire.

Cecilia Sabelli

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