Grand Budapest Hotel – Recensione

Wes Anderson colpisce ancora nel segno, portando sul grande schermo una pellicola surreale, poetica, innervata di omaggi al cinema classico

(The Grand Budapest Hotel) Regia: Wes Anderson – Cast: Saoirse Ronan, Ralph Fiennes, Edward Norton, Willem Dafoe, Jude Law – Genere: Commedia, colore, 100 minuti – Produzione: USA, 2014 – Distribuzione: 20th Century Fox – Data di uscita: 10 aprile 2014.

thegranbudapesthotelDi fronte a un’opera di Wes Anderson lo spettatore non può che arrendersi alla magia, ai toni surreali e favolistici delle sue narrazioni, abbracciando quella sensazione di stupore e di curiosità fanciullesca. Anche “Grand Budapest Hotel” si presta a questo tipo di fruizione, ma vanta in più una serie di particolarità tecniche, di omaggi alla storia del cinema, di stratificazione narrative che rendono l’operazione estremamente intelligente e brillante.

Il regista gioca con il meccanismo delle scatole cinesi inserendo la storia principale in almeno altre due cornici: la vicenda principale, quella del concierge Gustave H. del Grand Budapest Hotel e del suo ‘garzoncello’ Zero Mustafa, si svolge nel 1932 e viene raccontata, nel 1965, da Zero stesso a uno scrittore di successo ritiratosi in solitudine presso il noto albergo ormai caduto in rovina; a sua volta lo scrittore racconta allo spettatore, con lo sguardo in camera, del suo incontro con quel bizzarro personaggio e di come la serata trascorsa insieme sia divenuta spunto per un romanzo sul Grand Budapest Hotel. Il tutto si svolge in un fittizio paese dell’Europa dell’Est chiamato Zubrowka, le cui traversie ammiccano alla realtà e alla storia dell’Europa orientale sotto la seconda guerra mondiale, tra occupazioni nemiche e persecuzioni.

La trama principale è labirintica di per sé, perché parte da un misterioso omicidio e si dipana in lungo e in largo tra inseguimenti, furti, storie d’amore e morte, senza dare mai tregua. Wes Anderson, ancor più che in altri film, fa coincidere la complessità della narrazione con quella della regia: le sue tipiche carrellate, lo spazio dedicato agli interni (corridoi, scale, passaggi nascosti, ecc.) e le sue geometrie, i movimenti di macchina continui in profondità si innestano su una storia piena di volute, che sa rallentare o aumentare la velocità al momento giusto.

Il regista dimostra ancora una volta la capacità di saper inventare un mondo malinconicamente ironico, curandolo sin nei minimi dettagli. Ritroviamo colori caldi e pastello, che alludono alla patina vintage dell’albergo, costumi dal sapore antico, ma dotati di un guizzo di genialità ‘nerd’ caratteristica del regista, così come contrappunti musicali che ricordano le gag del cinema classico e muto alla Chaplin. Wes Anderson in effetti ha ammesso più volte di aver attinto a piene emani dal passato per realizzare “Grand Budapest Hotel”: Chaplin, Lubitsch, Hitchcock, ma anche grandi nomi della letteratura come Roald Dahl, a cui si ispira per quanto riguarda la stratificazione narrativa, e Stefan Zweig, scrittore austriaco, abile nel descrivere l’Europa degli inizi del ‘900. Il suo omaggio verso il cinema del passato è talmente esibito che il film si modifica nel formato e sembra adottare in alcuni punti scenografie finte, di cartone.

La sceneggiatura, elegante e raffinata, si appoggia sulla poesia di personaggi come Gustave H, un inguaribile seduttore votato al suo lavoro con passione, che si fa portavoce di valori antichi, puri, che diverranno antiquati con l’avvento della guerra. La violenza e il sangue oscureranno l’umanità del concierge, il quale cercherà di tramandare il suo messaggio al suo amico immigrato Zero, difendendolo da discriminazioni e ingiustizie. Sono frequenti i giochi di sguardi tra i due, perché la loro intesa è totale, al di là del colore della pelle e dell’età. La galleria di personaggi è varia, ognuno ha una connotazione sfumata, per cui nessuno può dirsi mai totalmente un villain: la caratterizzazione negativa sfuma nella parodia in particolar modo nel caso dei fratelli interpretati da Willem Defoe e Adrien Brody. Sono moltissimi i nomi cari a Wes Anderson che prendono parte alla pellicola interpretando ruoli minori, al limite della comparsata, ulteriore dimostrazione di quanto il regista sia stimato ed abbia saputo creare intorno a sé un nucleo di star hollywoodiane disposte a tutto pur di recitare nei suoi film. Owen Wilson, Jason Schwartzman, Bill Murray, cui si aggiungono i giovani Saoirse Ronan, Léa Seydoux, Tony Revolori e i veterani Ralph Fiennes, Tilda Swinton o Jude Law.

C’è tutto il meglio di Wes Anderson, forse anche troppo, in “Grand Budapest Hotel”, un film che sa catturare e divertire, pur nella sua tragica malinconia di fondo.

Irene Armaro

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