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Futebol – Recensione

Tre episodi di taglio documentaristico per riassumere il culto del Brasile per il gioco del calcio

Regia: João Moreira Salles – Cast: Zico, Didì, Vavà, Bellini, Pelè, Paulo Cézar Lima – Genere: Documentario, colore, 270 minuti – Produzione: Brasile, 1998.

futebolIn una rassegna dedicata al cinema verdeoro non poteva mancare un appassionato omaggio a quello che per l’immenso stato sudamericano non rappresenta un semplice sport. Il calcio, o futebol, è infatti per la quasi totalità dei brasiliani una componente fondamentale della cultura, del vivere quotidiano, allo stesso modo in cui lo sono la musica e il carnevale.

I tre documentari, proposti al pubblico in occasione del Festival Internazionale del film di Roma, fanno parte di un progetto realizzato nel 1998 dal regista João Moreira Salles per la televisione. In circa novanta minuti ciascuno vengono raccontate storie di calciatori più o meno famosi, intervallando riprese dal vivo, fianco a fianco con i protagonisti, con interviste in studio a celebrità del passato (tra queste Zico, Didì, Vavà, Bellini e O’ Rey Pelè) e filmati di repertorio.

Nel primo episodio si racconta il tentativo di tre giovani ragazzi provenienti dalle favelas di sfondare nel mondo del calcio. Con uno stile di ripresa da reality ma non invasivo né pietoso vengono raccolti i loro sogni, le speranze, le delusioni. Il calcio, dunque, visto come via d’uscita dalla miseria anche per le rispettive famiglie, come rivincita sociale ed economica, come massima realizzazione di vita.

Nella seconda parte vengono seguite per un anno le gesta di due giovani promesse del Flamengo, la squadra di Rio con più tifosi nel Brasile. Osserviamo quindi Ivanildo e Lucio assaggiare i goal, il successo, i soldi ma anche la sconfitta, la panchina e i fischi della torcida. Perché, come spiega il mitico attaccante della Seleção, Tostao, per i Brasiliani il calcio è un antidoto, un mezzo di riscatto dalla povertà di gran parte di essi, dalla frustrazione di non essere il popolo ricco e potente che potrebbero essere. Quando si vince quindi la gioia è sfrenata, incontenibile, genera idoli, rappresenta la maxima felicidade posivel. Allo stesso modo, però, la sconfitta è sempre bruciante, getta nella tristeza e scatena la rabbia verso chi ne viene individuato come responsabile.

Nell’ultima parte viene filmata una settimana di vita di Paulo Cézar Lima detto Caju. Centrocampista offensivo nelle più importanti squadre carioca e nella Nazionale a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, fu talento eccentrico ed emblema del calciatore elegante e donnaiolo, ben lontano dallo stile di vita di un atleta. Alle soglie dei cinquant’anni, ormai calvo e con pancia prominente, lo vediamo ancora godersi, con molta allegria e un po’ di nostalgia, la spiaggia di Ipanema, una vecchia fiamma, le partitelle fra amici e il tifo sugli spalti.

Protagonista assoluto dei tre episodi però rimane il pallone, la sfera di cuoio, in Brasile oggetto di una vera e propria venerazione, anche fisica. La vediamo rotolare continuamente, dai più sperduti campetti sterrati al tempio sacro del calcio mondiale, il Maracanà.

Nelle interviste come nelle scene all’aperto viene continuamente calciata, palleggiata, toccata, dai bambini come dai vecchi. A bola non è un semplice oggetto, è un entità dotata di vita propria. Per questo va amata, come si ama una donna, anzi meglio, visto che “lei, la palla, non tradisce mai chi la sa accarezzare”.

Vassili Casula

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