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Fury – Recensione

  • Regia: David Ayer
  • Cast: Brad Pitt, Logan Lerman, Scott Eastwood, Shia LaBeouf, Jon Bernthal, Jason Isaacs, Michael Peña, Jim Parrack, Brad William Henke, Jonathan Bailey, Branko Tomovic, Marek Oravec, James Henri, Laurence Spellman, Kevin Vance, Adam Ganne, Sam Allen
  • Genere: Azione, colore,134 minuti
  • Produzione: USA, 2014 – Distribuzione: Moviemax – Data di uscita: 3 giugno 2015

Fury: potenza d’immagine e stereotipi tradizionali dei film di guerra americani

fury-locDuro e potente dal punto di vista visivo, “Fury” corre su due binari stridenti: quello tecnico, formidabile ed esteticamente efficace; quello contenutistico, che sembra invece seguire uno schema di glorificazione bellica trito e ritrito.

Aprile 1945, entroterra tedesco: Hitler non si arrende e dichiara una disperata guerra totale, chiamando alle armi anche anziani e bambini. Il carro armato americano Fury, dalla parte opposta della barricata, porta avanti la sua missione di progressivo annientamento dei residui nazisti.

Lo spartito sembra ricalcare parzialmente un “on the road” dalle sfumature peculiari: al centro della narrazione una squadra di militari statunitensi capeggiata da un Brad Pitt in versione tosta, nei panni di un uomo quadrato, tutto d’un pezzo, disincantato, carismatico, militarmente esperto. Il carro armato si addentra sempre più nel cuore della Germania nazista, giocando il suo ruolo nello scacchiere bellico disegnato. Nessuna pietà per il nemico, secondo il principio “mors tua vita mea”; una lotta per la sopravvivenza caricata oltre misura da un odio sconfinato nei confronti dell’ideologia sanguinaria del Reich.

In una prospettiva puramente tecnica, “Fury” è un film riuscito: la fotografia tetra gioca molto sul chiaroscuro, le scene di battaglia sono fisicamente esibite e sofferte, l’eco dei cannoni tritacarne si ripercuote doloroso sullo scenario circostante di morte e desolazione.

Non si scampa però da alcuni stereotipi ben consolidati dal war movie: il novizio chiamato al primo bagno di sangue, ad esempio, e la sua progressiva disumanizzazione; un topos che si è manifestato in versione magistrale nel kubrickiano “Full Metal Jacket”, e su cui da allora si è molto speculato. Da questo punto di vista la pellicola non porta nulla di particolarmente nuovo, essendo questa tematica interna trattata secondo modalità convenzionali e tendenti all’esaltazione patriottica, senza una reale analisi della concatenazione causale nel dramma psicologico del giovane soldato.

La squadra è composta da cinque personaggi ognuno a modo suo forte e autonomo, dotato di tratti attitudinali abbastanza particolari da rafforzare, nel complesso, il quadro d’insieme del gruppo. Il riferimento religioso dato dal personaggio di Shia LaBoeuf – nome di guerra: “Bible” – è anche un aspetto potenzialmente interessante, ridotto però nella struttura narrativa a mero ornamento citazionistico o poco più.

Fury, una pellicola patriottica, esteticamente perfetta

Il climax ascendente delle vicende conduce a un finale che ammicca esplicitamente al Passo delle Termopili e ai trecento spartani che lì vendettero cara la pelle: il carro armato e la sua piccola popolazione interna contro un battaglione intero di soldati nazisti, ovvero il sacrificio eroico che nobilita la virtù del militare americano di contro alla spietata e gratuita crudeltà degli automi nemici.

Al netto di una retorica di mitizzazione piuttosto scontata che – soprattutto nella seconda parte – permea il film, il lavoro di David Ayer rimane comunque un documento visivo appagante su un piano di pura funzionalità estetica, con alcune inquadrature marcate da grande forza rappresentativa.

Marco Donati

Fury – Recensione

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