Fight Club – Recensione

Il lato dark della borghesia made in USA

Regia: David Fincher – Cast: Brad Pitt, Edward Norton, Helena Bonham Carter, Meat Loaf, Jared Leto – Genere: Drammatico, colore, 139 minuti – Produzione: USA, 1999 – Distribuzione: Medusa – Data di uscita: 29 novembre 1999.

fight_clubÈ andato ieri in onda su Italia 1 il film “Fight Club”. Grigio, anonimo, disperato, CULT. Tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, “Fight Club” è la vita di Jack, disagiato essere umano nell’epoca del consumismo contemporaneo. Il figlio prediletto dello shock degli anni ‘90, in cui rampanti yuppies americani si sono ritrovati faccia a faccia col loro raziocinio, vuoti, ossessivi e ossessionati, alienati dal mondo che li circondava. Un trio, anzi un quadrilatero esplosivo nato dal sapone, a sua volta creato dalle chiappe di vecchie ricche signore che rincorrevano l’impotenza estetica di un attimo.

David Fincher, regista mefistofelico, Edward Norton nella sua più grande interpretazione, Brad Pitt, magnifico esemplare di paranoia scultorea, un’ Helena Bonham Carter in stato di grazia più dark che mai. Aggiungiamoci una sceneggiatura al fulmicotone e il risultato è… beh, stando ad un’analisi semplicemente oggettiva, uno dei più bei film della storia del cinema, un capolavoro da impatto ad alta velocità visiva.

Vivace, feroce, violento, crudo, CULT. Maniaco ossessivo sulla trentina, che lavora insonne (e sempre in volo) per una ditta che verifica il grado di incidenti delle sue vetture, incontra tale Tyler Durden (ricordare questo nome) e la sua figura da nichilista assoluto, personaggio che gli cambia la vita, attivandogli la cellula dormiente di repressa violenza che covava nella sua psiche. Vanno a convivere e aprono il segretissimo Fight Club, sfogo “terroristico” di giovani in cerca di forti emozioni, l’alternativa americana alla roulette russa. “Se ti svegliassi a un’ora diversa in un posto diverso, saresti una persona diversa?” L’apologo iniziale diventa un inno al cambiamento interiore che provoca il cambiamento nella solitudine dell’uomo, che causa reazioni a catena sulla cinica società.

La pellicola è una lucida analisi psicologica sul malessere diffuso di uno strato sociale abbandonato a sé stesso, in cui, come l’operaio-automa di “Tempi moderni”, la ripetizione nauseante del gesto porta ciascuno ad estraniarsi dalle sue azioni coscienti, conducendo, se dotati di debole psiche, sulla via della ribellione. Attraverso una serie di scelte di vita drastica, ecco dunque come intraprendere una discesa negli inferi del proprio inconscio, che forse solo il sentimento di un’altra persona può interrompere. “Fight Club” rappresenta il rifiuto, l’icona video del disturbo, la parabola di una realtà insopportabile vissuta nell’iperbole di un atto folle. Inquietante, surreale, durissimo e spietato. CULT.

Simone Bracci

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