Fair Game – Caccia alla Spia – Recensione

Fair Game – Caccia alla Spia – Recensione

Tratto da una storia vera, “Fair Game – Caccia alla Spia” racconta della guerra in Iraq e dei suoi segreti

(Fair Game) Regia: Doug Liman – Cast: Sean Penn, Naomi Watts, Brooke Smith, Michael Kelly, Tim Griffin – Genere: Azione, colore, 104 minuti – Produzione: USA, 2010 – Distribuzione: Eagle Pictures – Data di uscita: 22 ottobre 2010.

fairgamecacciaallaspiaIl cinema, nelle sue infinite declinazioni, ha il compito morale e civile di interrogarsi su fatti che molto spesso passano, in secondo piano, agli occhi degli spettatori meno vigili, riguardanti le questioni internazionali. È questo l’intento “parossistico” di un regista come Doug Liman, avvezzo per lo più a storie, sì di spie, ma nelle quali l’aspetto dell’action è oltremodo rimarcato (titoli come “The Bourne Identity” o “Mr. and Mrs. Smith” ne sono un esempio eclatante!).

Infatti, non ci deve spaventare il fatto che quella di “Fair Game” è una storia vera. Nel 2003 le prime pagine di tutti i giornali americani sono state segnate da una vicenda quasi al limite della fiction: l’agente sotto copertura della CIA Valerie Plame, scopre che, contrariamente a ciò che crede il governo degli Stati Uniti, l’Iraq non programma nessun armamento nucleare.

Una volta screditata agli occhi del mondo, da parte del governo stesso, sarà suo marito Joe Wilson a intraprendere la sua personale lotta contro la caccia alle streghe, navigando contro le correnti imperiose della corruzione e dell’omertà che si celano dietro l’intervento degli Usa nel paese di Saddam Hussein.

Una spy story che ha il pregio non solo di godere della presenza di due eccellenti attori quali Sean Penn e Naomi Watts, ma che sa dare più importanza all’aspetto politico e personale della vicenda, che a sparatorie ed inseguimenti; evitando, oltretutto, ad ogni singola sequenza di cadere in quella trappola “mortale” del pietismo tipicamente americano.

Il film non tralascia di condannare tali atti di soprusi e prevaricazioni ad opera delle più alte cariche dello Stato, che hanno condotto, civili e non, a giustificare senza reticenze una guerra tanto inutile, quanto economicamente vantaggiosa. Gli intrighi che si dispiegano nei corridoi della Casa Bianca e nei sotterranei dell’agenzia di intelligence più famosa del mondo, vengono mostrati come una condizione ontologicamente scolpita nella società americana, dando ai posteri la possibilità di riformare quei valori fondanti di una nazione “democraticamente libera”.

 Unico titolo americano in concorso al Festival di Cannes 2010, e tratto dai libri “The politics of truth” e “Fair game” dei coniugi Wilson, il film non è alla ricerca della verità, ma ci pone di fronte a un dato di fatto, mostrandoci solo alla fine il vero volto di Valerie Plame.

Serena Guidoni

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