Euforia (2018)

 

Euforia - Recensione: genealogia degli affetti

euforia scena film

 

Tutto passa per la riappropriazione, per la ricomposizione. Essere contemporanei, carne hic et nunc, è anche questo: strappare al tempo quanto più possibile, ricordare e ricordarsi, cercare un filo nella nebbia. Le maschere “magnifiche e ridicole” di “Euforia” ne sono ben consce, portando al punto di rottura quella ricerca ossessiva di un singolo, puro momento di sospensione che definisca e che sia chiarificatore, lume per i giorni più bui. Valeria Golino torna all’etico, lo indaga e seziona, ne è attratta pericolosamente come falena alla luce. Eppure sono lontani gli sfumati, i momenti smussati di “Miele”: la camera si fa precisa e aderente, si regala momenti generosi senza strabordare; la fotografia (affidata a Gergely Poharnok) tratteggia e accompagna una storia profondamente intima, quasi in utero.

Riappropriarsi di qualcosa è tornare in possesso di un bene di cui si era stati privati, sottende una sfida - impari o meno poco importa -, rimanda a un movimento ondivago, un respingersi e attrarsi polarmente: è quello dell’Uomo con la morte, continuamente spinta in là, allontanata con bugie e storie perfettamente imbastite.

Il sarto è Matteo (Riccardo Scamarcio), imprigionato da ansie e tumulti mai realmente sopiti, dalla spasmodica necessità di perdonarsi (balenano nel buio un’omosessualità mai perfettamente abbracciata, l’onta di essere uomo di successo) e di essere sostegno per Ettore (Valerio Mastrandrea), suo fratello maggiore, ormai gravemente malato. È un’apologia della menzogna quella che l’uomo fabbrica, intrecciando resoconti sbilenchi e risibili nel disperato tentativo di rispedire al mittente la minaccia della morte. Racconta futuri inverosimili e passati improbabili pur di sottrarre al flusso del tempo, delle cose che scorrono e che non possono risalire eroicamente la corrente, quello che a lui e a suo fratello apparteneva quasi di diritto: una canzone da fischiettare, una foto, uno schiaffone, la vita.

Il dramma risiede forse nello sforzo dei personaggi di darsi connotati, cercare di disegnare e seguire una mappa, una genealogia degli affetti che spieghi quello che nome non ha. Cosa ci lega, cosa ci aspetta? Allora si fruga, si avanza a tentoni, ci si sporge pericolosamente dal davanzale: la via da seguire qual è? Dove il passaggio per il singolo, cristallino momento di felicità?

Eppure lo schianto è sempre prossimo, incombe. In questo presente tragicomico si può ricadere esclusivamente nell’euforia – la serenità solo un miraggio –, nel ballo sfrenato prima della catastrofe, le luci della Belle Époque prima del conflitto bellico. Su un vetro sottilissimo si accalcano le maschere di “Euforia”, burattini e burattinai. Sotto la superficie, sotto i piedi c’è il vuoto, l’ipogeo di quell’inquietudine che tormenta e infesta. Il terreno scricchiola pericolosamente, sarà pur destinato a crollare e inghiottire tutti, è palese. Ciò che unicamente conta, tuttavia, è regalarsi l’ultimo sentito attimo di euforia: il sollevarsi dalle incombenze, dal peso che schiaccia verso la terra, l’amare e il farsi amare.

 

 

Euforia: il madrigale della Bellezza

euforia scena film

 

La morte ritorna baricentro della poetica della regista partenopea, intrinsecamente barocca e carnale quanto la città natale. Un barocchismo, sia chiaro, non nella forma e nel manifesto, nell’orpello esagerato che pur manca alla pellicola – e che macchierebbe una storia che si dipana tra immagini spinte al limite ma ricercate, risultante di una castrazione metaforica e di una cernita accorta-, quanto nella naturalezza con cui Arte e Morte intessono una corrispondenza sincera.

La Bellezza protegge la Bellezza”, si biascica all’inizio dell’opera. Lo pronuncia Matteo convintamente, poco prima di venire a conoscenza della malattia che smangia e consuma il fratello da tempo; inconsciamente lo ripete sempre a mo’ di mantra, personaggio psicologicamente bulimico qual è. La Bellezza è anche la via, l’unico mezzo possibile per giungere all’Altro. La Golino lo sottende tra le pieghe del film: la Natura – più che mai pietistica e grandiosa nelle sue manifestazioni – è l’unico tramite per quella trascendenza della carne che viene ripetutamente sfiorata, e sfiorata, ma forse mai davvero colta.

Ci sono danze di rondini, stormi che si abbattono su una Capitale immobile, che preannunciano l'indicibile, rivelazioni di cui non è dato comprende il contenuto. Lo squarcio – “Il varco è qui?” chiederebbe Montale – si apre sulle teste di personaggi convincenti, superbi nel loro essere sghembi e obliqui, gravati dal peso di un’ansia sotterranea che li ha consumati e li continua a scavare impietosamente, a mo’ di goccia che stilla in una caverna. La Golino convince, chiudendo in uno scrigno un’opera preziosa e sottile, con minime sbavature ma pur sempre viva, pulsante e onesta nel cogliere la linfa vitale di questi giorni.

 

 

Simone Stirpe

 

 

 

Euforia locandianaPresentato alla 71° edizione del Festival di Cannes, "Euforia" è il secondo prodotto cinematografico di Valeria Golino come regista. Dopo il suo primo lungometraggio: "Miele", la regista affronta nuovamente il tema della malattia strettamente collegato alla morte. Al suo fianco, due attori di prestigio come Riccardo Scamarcio e Valerio Mastrandrea.

Euforia: "Un sentimento di assoluta felicità e di libertà totale"

"Euforia" è la storia di due fratelli: Matteo e Ettore. Il primo è un giovane uomo affascinante nonché imprenditore di successo, il secondo è un maestro di scuole medie rimasto nella sua città natale.

Ettore ha un carattere molto pacato e integro che per sua indole non si mette in mostra per paura di commettere errori. Matteo, scoprendo segretamente della grave malattia che colpisce Ettore (di cui lo stesso Ettore non è a conoscenza), torna a frequentarlo e a occuparsi di lui, cercando di non far sapere nulla al fratello del suo malessere.

Con "Euforia" la Golino vuole mostrare l'importanza dei piccoli gesti  come un sorriso fugace nello specchio di un locale o il tocco delicato delle dita. "Euforia" si sofferma sul modo in cui i rapporti interpersonali possano subire notevoli modifiche in seguito alla scoperta di un'imminente avvenimento tragico.

Ettore, interpretato da Valerio Mastrandrea, fa compiere al suo personaggio un importante viaggio introspettivo per la presa di coscienza della propria malattia. Per questo ruolo, l'attore si è avvalso anche della sua importante esperienza nella serie tv diretta da Mattia Torre, "La linea verticale".

Riccardo Scamarcio dopo "Loro" di Paolo Sorrentino e "Welcome Home" diretto da George Ratliff, torna sul grande schermo con un'importante prova attoriale.

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