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Dylan Dog – Il film – Recensione

Storia di un Dylan Dog deluso e dal sangue ghiacciato, che torna in azione per ristabilire la pace nel regno dei Non Morti. Arriva nelle sale italiane l’ultimo di Kevin Munroe, dal titolo “Dylan Dog – il film”, che però manca il bersaglio

(Dylan Dog: Dead of Night) Regia: Kevin Munroe – Cast: Brandon Routh, Sam Huntington, Anita Briem, Taye Diggs, David Jensen – Genere: Thriller, colore, 108 minuti – Produzione: USA, 2010 – Distribuzione: Moviemax – Data di uscita: 16 marzo 2011.

dylan-dogIl maggiolone targato “Dyd 666” non era bianco? E la guida non era quella a sinistra delle macchine inglesi? “Giuda ballerino! Vi siete fatti fregare come degli idioti!”.

Così reciterebbe il fumetto del Dylan Dog ideato da Tiziano Sclavi negli anni ’80, rivolgendosi ai fan accorsi ad assistere al proprio esordio sul grande schermo. Lanciato nelle sale con un mese di anticipo rispetto agli Stati Uniti, il titolo dell’ultima creazione di Kevin Munroe, “Dylan Dog – Il film”, risulta ingannevole, almeno al cuore dei più appassionati, più di ogni altra cosa. Se escludiamo l’aria da trombeur e la mise corredata di giacca nera e camicia rossa, l’eroe della versione Hollywoodiana non ha infatti molto a che spartire con l’antieroe originale italiano.

Ambientato a New Orleans, tra creature della notte, che sembrano sbucate da una serie tv per ragazzi, il giovane investigatore dell’incubo non è più al servizio degli esseri umani, ma dei vampiri, degli zombie e dei licantropi, che prima del suo pensionamento imprevisto, ne richiedono l’intervento per far fronte alle proprie faide. Messo di nuovo sulle tracce dell’oscuro da una giovane donna in pericolo, Dylan scopre i segreti del temibile “cuore di Belaial” e realizza nelle battute finali il desiderio del compagno di avventure Marcus di divenire suo socio. Indubbiamente divertente la performance di quest’ultimo, interpretata da un Sam Huntington petulante e fifone, a eliminare i nemici con razzi al magnesio viene chiamato dal regista il sexy palestrato Brandon Routh, che per quanto bravo avremmo preferito non rimirare “in canotta” stile leader di una boyband.

Ricco di riferimenti, che però si perdono in una trama in effetti prevedibile, l’operato di Munroe rappresenta purtroppo un altro tentativo fallito di dare carne e ossa a uno dei protagonisti dell’immaginario horror tra i più noti e amati. Se, da una parte, non era facile trasporre cinematograficamente tutti quei “Wosh”, “Slam”, “Craash”, dall’altra non era nemmeno impossibile limitare le perdite e inserire Dylan Dog in un contesto quanto meno somigliante, circondato dagli amici e colleghi Bloch e Xabaras. Lo si perdoni, Kevin Munroe, dalla ‘terra dei santi’: forse non sapeva bene quello che faceva.

Cecilia Sabelli

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