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Duplicity – Recensione

Duplicity: l’universo a tre porte secondo Tony Gilroy

Regia: Tony Gilroy – Cast: Julia Roberts, Clive Owen, Paul Giamatti, Tom Wilkinson, Wayne Duvall, Thomas McCarthy – Genere: Romantic Thriller, colore, 120 minuti – Produzione: USA, 2009 – Distribuzione: Universal Pictures – Data di uscita: 10 Aprile 2009.

duplicityTony Gilroy è uno sceneggiatore fantasioso, utilizza tutto il suo immaginario e lo trasforma in immagini ed eventi ammalianti, usando il montaggio, il ralenty e la colonna sonora a suo piacimento come distorsioni temporali di un universo personale, che prende forma nella sua mente ed esplode nei mille colori dello schermo di un cinema.

Dopo il suo positivo esordio che ha regalato un’Oscar a George Clooney con “Michael Clayton”, eccolo cambiare registro, porsi nei canoni di una commedia dai risvolti da spy story, una combinazione in cui bugie e sentimenti vanno a braccetto come nei secoli dei secoli. Non è un caso che citiamo il buon Clooney, lo stile elegante e pulito delle riprese, unito alla gestione teatrale del balletto degli attori (su tutti il duo antagonista Wilkinson-Giamatti in licenza istrionica), rimandano molto a sequenze di un passato soderberghiano.

E quando si comincia ad utilizzare un cognome come aggettivo, significa che si è instillata in una certa parte della cinematografia contemporanea il riconoscimento ad un’autorialità ormai nota. Qui ripresa come negli undici di Daniel Ocean, visto che Julia Roberts, superba nella finzione del triplo gioco, fa il verso alla sua Tess del filone di Las Vegas, accompagnata dall’aplomb un po’ rigido dell’inglese Clive Owen.

Claire Stenwick e Ray Koval sono due comprovate spie, le quali operano in due aziende farmaceutiche in competizione, l’uno sotto copertura, l’altra come infiltrata. La loro missione però non è ambire al successo delle rispettive compagnie, bensì ottenere una formula rivoluzionaria che permetterebbe di vivere la loro relazione clandestina, con la “pensione assicurata” a suon di milioni e lontana dai troppi riflettori.

Il gioco delle parti è tema portante di una cinematografia classica, “Duplicity” tesse la tela e s’inserisce in questo filone senza particolari sussulti, ma con un’istrionismo diffuso che lo rende un film godibile e di pronta denuncia sociale: amara analisi del combattersi per il nulla.

Stratagemmi, microspie e discorsi collaudati servono al regista-sceneggiatore per creare un microuniverso che, inserito nell’imponenza dei grattacieli di Manhattan, non è altro che una semplice storia d’amore, un’attrazione potente e mai banale, inserita in un contesto di corteggiamenti in giro per il mondo (con immancabile tappa romana e cameo di Andrea Osvart) che farebbe invidia ad Omero.

Perché se proprio bisogna rimanere fregati, quale migliore scenario della città eterna?? Scorrevole e accattivante, il film accelera e rallenta, Gilroy usa tutto il suo arsenale per strizzare l’occhio ad alcune graffianti commedie europee, senza però avere il moralismo di autori americani in trasferta come il vecchio Woody, pur avendo nella faretra due star affiatate e una narrazione che regge in ogni suo passaggio.

Espressione morale di un gigantismo di azioni e reazioni che si scompone in un amen, riducendosi in polvere, il granello che inceppa un ingranaggio e può far la differenza a Wall Street così come in una storia d’amore… La loro, complicata, conturbante e dallo strano happy ending.

Simone Bracci

Duplicity – Recensione

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