Creed – Nato per combattere – Recensione

Creed – Nato per combattere – Recensione

  • Titolo originale: Creed
  • Regia: Ryan Coogler
  • Cast: Michael B. Jordan, Sylvester Stallone, Tessa Thompson, Phylicia Rashad, Tony Bellew, Graham McTavish, Stephanie Damiano, Will Blagrove, Vincent Cucuzza, Juan-Pablo Veiza, Tony Devon, Philip Greene
  • Genere: Drammatico, colore
  • Durata 132 minuti
  • Produzione:USA, 2015
  • Distribuzione: Warner Bros Italia
  • Data di uscita: 14 gennaio 2016

Creed – Nato per combattere: i giovani pugni del nuovo Rocky

creed-nato-per-combatterePur non avendo mai conosciuto suo padre, Adonis Johnson porta con sé una pesante eredità: è il figlio di Apollo Creed, il famoso ex campione del mondo dei pesi massimi morto sul ring. Nato da una relazione extraconiugale Adonis porta il cognome della madre ma ha la boxe nel sangue come il padre. I pugni del giovane pugile sono alla ricerca di un allenatore: sarà colui che strappò il titolo ad Apollo prima di diventarne amico: lo stallone italiano Rocky Balboa.

Il vecchio che sdogana il nuovo è il metodo in voga nelle produzioni d’oltreoceano per battezzare nuove epopee. Come nell’ultimo capitolo di “Star Wars”, i personaggi, ormai appartenenti al mito, conducono per mano i loro eredi verso sequel, prequel, remake e spin-off. In questo senso “Creed – Nato per combattare” è decisamente allineato e coperto. Per far sì che un’opera, malgrado utilizzi vecchi stilemi, possa lasciare il segno si dovrebbe prevedere, tuttavia, almeno un ingrediente a sorpresa che purtroppo latita per più di due ore di film.

Creed – Nato per combattere: ripetizioni e citazioni stucchevoli per uno spin-off senza novità

Il talentuoso Ryan Clooger non riesce a sferrare mai il colpo dell’originalità e si fa imbrigliare in un meccanismo conosciuto a memoria con i difficili rapporti umani del protagonista, l’estetica dell’allenamento e il match della vita. Il giovane filmmaker americano costruisce una storia che dovrebbe essere uno spin-off ma sembra un remake: citazioni e omaggi ai Rocky d’annata sono molteplici e, a volte, stucchevoli.

Una regia fresca e un discreto ritmo salvano una pellicola commissionata per racimolare pubblico giovane con l’accattivante invito per partecipare alla cerimonia del passaggio dei guantoni dal vecchio al nuovo Rocky.

Importante fiore all’occhiello del film è il Golden Globe assegnato a Sylvester Stallone come Miglior Attore non Protagonista: probabilmente più un riconoscimento alla carriera che un vero premio per la sua performance.

Lo spremutissimo Rocky Balboa forse ha emesso invano le sue ultime gocce di sangue e sudore: il nuovo che avanza non ha il suo talento e si abbandona ad un’improbabile copia in chiave celebrativa.

Riccardo Muzi

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