Crazy Heart – Recensione

Crazy Heart – Recensione

Pellicola romantica country con un Jeff Bridges in versione inedita

Regia: Scott Cooper – Cast: Jeff Bridges, Maggie Gyllenhaal, Colin Farrell, Robert Duvall, Ryan Bingham, Rick Dial – Genere: Drammatico, colore, 112 minuti – Produzione: USA, 2009 – Distribuzione: 20th Century Fox – Data di uscita: venerdì 5 marzo 2010.

crazyheartLa storia forse è fra le più semplici e consolidate del cinema: un cantante alcolizzato che con troppi anni di sregolatezze e matrimoni alle spalle, rimette le carte in tavola grazie all’amore per una giovane reporter, che con grande spirito di sacrificio sarà in grado di mostrare, a se stessa e agli altri, la vera essenza del suo amato.

Fin qui niente di strano, se non fosse che l’uomo in questione (e volutamente non usiamo il termine attore) è un Jeff Bridges in versione country. Forse, visti i precedenti “coeniani”, risulta difficile immaginarselo nei panni romantici di un antieroe, nonostante abbia pur sempre a che fare con grandi bevute di whisky, anche se non propriamente il famigerato White Russian di “Drugo” Lebowski.

Ma a sdoganare questa primitiva quanto obsoleta incredulità nei confronti di questo apprezzabilissimo attore (e qui il termine lo sottolineiamo!), è forse il fatto che in questo film, con grande maestria e generosità, è lui stesso ad interpretare le canzoni eseguite dal suo personaggio Bad Blake, il cui nome evidentemente ci dice già tutto.

Diretto dall’esordiente sceneggiatore e regista Scott Cooper, il film, basato sull’omonimo romanzo di Thomas Cobb del 2008, ha già all’attivo due Golden Globe come Miglior Attore Protagonista Drammatico per Jeff Bridges, e per la Miglior Canzone Originale. Le opere prime hanno quasi sempre il vantaggio di non essere veicolate da integerrime logiche di mercato, che ne deturpano la loro naturale spontaneità.

Qui siamo in presenza di uno di quei rari casi in cui è tangibile la voglia di fare un cinema semplice e sganciato dall’utilizzo di obsoleti orpelli stilistici (tranne qualche reiterazione del dolly nelle inquadrature, che ha evidentemente il gusto di un cinema “antico”), per dare spazio, in maniera preponderante, alla costruzione e “distruzione” di un personaggio da clichè.

Il merito di una pellicola sottilmente commovente va a una colonna sonora retrò, ma pur sempre di un ottimo country, firmata da T Bone Burnett. Su Jeff Bridges viene cucito un alter ego da Oscar, che ha il pregio di essere tanto ironico quanto malinconico e nostalgico. Confidiamo che l’Academy stavolta, propenda in suo favore senza pensarci troppo…

Serena Guidoni

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