Changeling – Recensione

Changeling – Recensione

Il lato oscuro della città di Los Angeles degli anni ’20, raccontata con maestria dal regista e attore Clint Eastwood, tramite la storia di una donna in lotta per ritrovare il proprio figlio

Regia: Clint Eastwood – Cast: Angelina Jolie, John Malkovich, Jason Butler Harner, Geoff Pierson, Michael Kelly – Genere: Drammatico, colore, 140 minuti – Produzione: USA, 2008 – Distribuzione: Universal – Data di uscita: 14 novembre 2008.

Cosa c’è di piùchangeling tremendo per una madre di tornare a casa dopo il lavoro e non trovare più il figlioletto? Sicuramente l’essere costretta dalla polizia, impaziente di chiudere il caso per avere una buona pubblicità, ad accettare un altro bambino, semplicemente somigliante e convinto dalle autorità cittadine a spacciarsi per lo scomparso.

Questo soggetto, apparentemente assurdo, altro non è che una storia vera, accaduta nella Los Angeles degli anni ’20 con protagonista una madre nubile, Christine Collins (nel film, Angelina Jolie), che si ribellò contro l’inefficienza, la corruzione e i soprusi del LAPD, finendo prima rinchiusa in un ospedale psichiatrico, e impegnandosi poi anima e corpo in una lunga battaglia giudiziaria per conoscere la verità sulla scomparsa del piccolo Walter.

Ad aiutare la donna si schierarono il Reverendo Gustav Briegleb (John Malkovich), battagliero conduttore di una seguitissima trasmissione radio, voce contro le malefatte di polizia e istituzioni, e il leggendario avvocato Hahn (Geoff Pierson) che diventerà famoso per le cause contro gli abusi perpetrati dalle forze dell’ordine.

Parallelamente al caso Collins, scorre l’agghiacciante storia di Gordon Northcott (Jason Butler Harner), giovane psicopatico californiano accusato e in seguito condannato a morte per aver rapito e barbaramente massacrato decine di bambini in una isolata fattoria fuori da LA. Che la Los Angeles a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, e che in “Changeling” viene minuziosamente ricostruita, non fosse solamente la Città degli Angeli, famosa per le assolate spiagge e la glamorous Hollywood ce lo avevano già raccontato, tra gli altri, scrittori, poi portati sullo schermo, come Edward Bunker e James Ellroy, descrivendoci una città in fase di costante espansione geografica ed economica ma agitata da complotti, storie torbide, corruzione e crimine a tutti i livelli.

Ma quando Clint Eastwood è entrato in possesso della magistrale sceneggiatura, che il giornalista Michael Straczynski ha scritto sulla base di migliaia di pagine tra verbali e testimonianze rinvenute nei polverosi archivi municipali, ha capito di poter trasformare una storia di mostruosità umane e giudiziarie in un ennesimo, grande affresco di sentimenti.

Il 78enne ex attore, che per Sergio Leone era in grado di assumere al massimo due espressioni (“con il sigaro e senza”), dietro la macchina da presa si conferma uno straordinario traspositore di drammi, in grado, con uno stile classico ma al tempo stesso incalzante e supportato da un cast in stato di grazia, di coinvolgere, fino al midollo, lo spettatore nell’esplorazione dell’animo umano, tra le sue paure, le crudeltà, le menzogne ma anche il coraggio, lo spirito di giustizia e la speranza.

Quest’ultima in particolare è il filo conduttore, sottile ma mai reciso, di tutta la pellicola. Un inno a tenerla sempre viva, ad alimentarla con la lotta, ad usarla per sopravvivere anche di fronte ai tragedie più laceranti. Quella stessa Hope, d’altronde, che gli americani hanno da sempre usato nei momenti di difficoltà come stimolo per crescere e migliorarsi e che, non a caso, è alla base del pensiero politico del neo eletto Presidente.

Vassili Casula

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