Cast Away – Recensione

Un Robinson Crusoe moderno che riesce a ricrearsi una casa nella solitudine di un’isola deserta, compiendo un cammino spirituale e filosofico che gli varrà la salvezza

Regia: Robert Zemeckis – Cast: Tom Hanks, Helen Hunt, Chris Noth, Paul Sanchez, Lari White, Leonid Citer, David Allen Brooks, Jelena Papovic, Valentina Ananyina, Semion Sudarikov, Peter von Berg, Dmitri S. Boudrine, François Duhamel, Michael Forest, Viveka Davis, Nick Searcy, Jennifer Choe – Genere: Drammatico, colore, 140 minuti – Produzione: USA, 2000 – 7 dicembre 2000.

“Cast Away” è un cast-awayfilm di Robert Zemeckis, che ha come protagonista uno straordinario ed intenso Tom Hanks. La storia, alla base della pellicola, è sempre la stessa: come ritrovare la strada perduta che ci riporti nella nostra “Home Sweet Home”. L’ha persa Pollicino nel bosco perché gli uccellini si sono mangiati le sue mollichine di pane e l’ha persa anche Chuck Nolan, quando si ritrova a vivere da solo, per cause di forza maggiore, su una sperduta isola deserta, senza alcun contatto con il mondo civilizzato.

Il film si snoda proprio su questo piccolissimo assunto: un uomo può riuscire da solo quanto meno a sopravvivere? No. Siamo animali sociali e abbiamo bisogno sempre di un contatto umano. Così Chuck si costruisce un amico con il quale si confida e a cui può raccontare senza remore la sua vita: da agente commerciale di successo a naufrago.

Con “Cast Away” il regista e il suo attore danno il meglio di sé, facendo prima perdere il loro protagonista in mezzo al nulla, per farlo poi riemergere dalle onde increspate, riportandolo alla vita grazie alla sua crescita spirituale. Come voler dire che “casa”, quindi per estensione affetti, sono facili da ritrovare, basta guardarsi dentro. Inutile ricordare l’eccelsa interpretazione di Tom Hanks, valsa una nomination all’Oscar (andato a Russell Crowe per “Il Gladiatore”), perché evidentemente Zemeckis riesce a tirar fuori dallo spirito dell’attore solo il meglio (vedi “Forrest Gump”, altro loro progetto).

Emotivo, energico, virulento, filosofico… si potrebbero sprecare gli aggettivi per questo lavoro, per cui, il riferimento con il naufrago più illustre della storia, Robinson Crusoe, è inevitabile. La differenza sta nel fatto che quest’ultimo trova il suo paradiso nell’isoletta, mentre l’uomo moderno di Zemeckis ci trova un inferno nel quale muore ma prontamente risorge, grazie alle diavolerie moderne (in questo caso un enorme nave che lo riporta a casa). Il regista ci vuole dare un messaggio di speranza, affermando che si può ricominciare sempre. Ma siamo sicuri che sia vero?

Isabella Gasparutti

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