Carol – Recensione

Carol – Recensione

  • Regia: Todd Haynes
  • Cast: Cate Blanchett, Rooney Mara, Sarah Paulson, Kyle Chandler, Carrie Brownstein, Jake Lacy, John Magaro, Cory Michael Smith, Kevin Crowley, Misty M. Jump, William Willet, Trent Rowland, Nathaniel Grauwelman, Giedre Bond, Steven Andrews
  • Genere: Drammatico, colore, 118 minuti
  • Produzione: Gran Bretagna, USA, 2015
  • Distribuzione: Lucky Red
  • Data di uscita: 5 gennaio 2016

 

“Carol”: l’elegante universalizzazione di una relazione amorosa

Carol

Raffinato nell’immagine ed essenziale nella scrittura: la ricetta approntata da Todd Haynes in“Carol” produce una pietanza prelibata. Ma la metafora culinaria, con il carico di consumo e fisica organicità che si porta dietro, non è forse la più indicata per tentare di restituire, in sintetica trasposizione verbale, l’atmosfera e il mood che il film si rivela in grado di suscitare, passo dopo passo, sequenza dopo sequenza: tentiamo di nuovo, ed evochiamo allora l’immagine di un calice di cristallo, fluttuante sull’orlo di un tavolo scosso con veemenza e pericolosamente danzante; ma il concreto rischio di una caduta fragorosa è eluso dalla premura di una mano invisibile, che tiene il calice lì, immobile, senza neanche lasciare i segni di una stretta eccessivamente protratta.

La narrazione è focalizzata sulla relazione amorosa che si instaura tra una donna più matura e una più giovane, Carol e Therese, entrambe alle prese con delusioni sentimentali: la prima sta divorziando dal marito, nei confronti del quale non prova più nulla, ma vuole a ogni costo evitare di perdere l’adorata figlioletta; la seconda è invece una ragazza con la testa tra le nuvole, appassionata di fotografia ma abituata ad accontentarsi di ciò che viene, nella fattispecie un lavoro di commessa in un grande magazzino e un ragazzo di buon cuore, ma un po’ ottuso e un po’ morboso.

“Carol”: il bigottismo serenamente storicizzato

Due attrici meravigliose prestano i volti e i gesti alle donne protagoniste: Cate Blanchett e Rooney Mara. Se la Blanchett coniuga nel suo personaggio il cinismo acquisito dall’esperienza agli scatti emotivi propri di una profonda sensibilità, Rooney Mara interpreta invece la parte della ragazza alle prese con la prima educazione sentimentale, ingenua e anche lievemente straniata rispetto al trasporto emozionale con cui deve confrontarsi: la differenza di spessore caratteriale tra le due amanti produce solo in apparenza un leggero squilibrio; ben oltre il mero rapporto pedagogico (in senso lato), è presente un elevato grado di riconoscimento reciproco, un elemento passionale che conduce entrambe a una rivelazione epifanica, che sia la riscoperta di un’emotività a lungo soffocata e che ora riemerge nitida, anche nel confronto diretto con un’esperienza simile già provata in passato (Cate Blanchett), oppure la vorace ansietà giovanile di tuffarsi nel mezzo del vortice, apertosi come d’incanto nella piatta bonaccia di una vita insopportabilmente ordinaria (Rooney Mara).

Non c’è nel film una scena, uno sguardo, una parola pronunciata che si possa dire ridondante; non si tratta neanche di estrema funzionalità nella modalità del racconto, tutt’altro che minimalista, e anzi molto acceso nei colori e intermediato da scene di puro lirismo cromatico/visivo. È il frutto di una scrittura estremamente intelligente, che riesce a levigare con cura amorevole e meticolosa un motivo di fondo sempre pronto a deflagrare: l’ambientazione è la New York degli anni Cinquanta, con i colori sfavillanti e il moralismo conservatore sempre a caccia di nuove prede per alimentarsi, crescere di misura e così trovare una giustificazione, una propria forzata ragion d’essere – è il caso della passione sentimentale che si consuma tra due donne, già predisposta per essere a priori demonizzata.

Nessuna denuncia con il dito puntato, nessun grido allo scandalo sullo scandalo, ma il racconto nitido, puro e delicatamente elegante di una vicenda di sopraffazione: denunce di ‘indegnità morale’ e intolleranza legalizzata connotano il percorso accidentato attraverso il quale l’amore ha da infrangere le barriere; ma la discrezione dell’occhio registico, che lavora principalmente sugli sguardi, si preoccupa più di sondare l’intimità delle donne protagoniste, valorizzandone l’espressione e al tempo stesso conducendola delicatamente su un piano di astrazione universale.

Marco Donati

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