Broken City – Recensione

Broken City – Recensione

Thriller ben girato e ben recitato, forte di una sceneggiatura di prim’ordine, sulla quale Hughes costruisce una pellicola intensa, che ha per protagonista un Mark Wahlberg sempre più bravo, perfetto nei panni dell’eroe un po’ ammaccato e disilluso

Regia: Allen Hughes – Cast: Russell Crowe, Mark Wahlberg, Catherine Zeta-Jones, James Ransone, Kyle Chandler – Genere: Noir, colore, 109 minuti – Produzione: USA, 2013 – Distribuzione: 20th Century Fox – Data di uscita: 7 febbraio 2013.

broken-cityLa pellicola di Allen Hughes (“Nella giungla di cemento”, “La vera storia di Jack lo squartatore”, “Codice: Genesi”) è un bel thriller, come se ne vedono pochi nelle sale. Pur trattando temi più che sfruttati come corruzione, potere, sopraffazione del debole, intrighi politici, “Broken City” riesce ad inchiodare lo spettatore davanti allo schermo, per l’eleganza della confezione e la luminosità di un cast che vede accanto a Mark Wahlberg, Russel Crowe e Catherine Zeta-Jones, un gruppo di co-primari di spessore, che sanno dare smalto e incisività ai loro ruoli.

Teatro delle vicende una New York (in verità per motivi produttivi alcune scene sono state girate a New Orleans) dalle diverse sfaccettature che mostra, accanto alle luci e allo sfarzo dei grattaceli, i quartieri più poveri, preda ambita dagli imprenditori edili, ma c’è spazio anche per la città sul mare, Long Island, con le sue ville, la sua pace.

Abbiamo una campagna elettorale per l’elezione del sindaco oramai agli sgoccioli, un ex sindaco/Russel Crowe disposto a tutto per essere rieletto, tradimenti coniugali o presunti tali, e il nostro protagonista, Billy/Mark Wahlberg, un investigatore privato con un passato da poliziotto, dedito al lavoro e a ricucirsi le ferite di un passato che ancora brucia.

Le vicende dei protagonisti si sviluppano con un notevole ritmo, delineando un insieme di personaggi in cui la classica distinzione tra buoni e cattivi è improponibile: tutti sono colpevoli in qualche maniera, l’unica discriminante è il limite etico, se esiste, che ciascuno di loro pone alle proprie azioni.

“Broken City” ha un sapore retrò, che fa tornare alla mente pellicole come “Chinatown”, dove il noir si fonde col thriller, e l’intreccio narrativo conta più dell’azione, seppure quest’ultima non latiti. La sceneggiatura di Brian Tucker, per troppo tempo ferma ad impolverarsi sugli scaffali degli studios hollywoodiani (il film è stato realizzato senza il sostegno economico di grandi major), è intrigante e ben costruita, infarcita di bei dialoghi.

Il regista non ha bisogno di spingere sul pulp per tenere vivo l’interesse dello spettatore, il male e la violenza intridono a tal punto le vite dei nostri protagonisti che sangue e pallottole non sarebbero nient’altro che una ridondanza.

Molto bella la fotografia di Ben Seresin (“Terminator 3”, “Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo”), che posa su tutto il girato un velo noir.

Bravo Wahlberg, nei panni dell’eroe con macchia ma senza paura, Crowe in quelli dello scaltro sindaco, e la signora Douglas, deliziosa in una scena in cui parla con Billy, con una lacrima costantemente in bilico sugli occhi.

Daniele Battistoni

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