Bianca come il latte, rossa come il sangue – Recensione

Bianca come il latte, rossa come il sangue – Recensione

Giacomo Campiotti dirige un film che, nonostante un inizio traballante, riesce lo stesso a suscitare interesse nello spettatore grazie anche all’abilità dei suoi giovani interpreti

Regia: Giacomo Campiotti – Cast: Luca Argentero, Filippo Scicchitano, Aurora Ruffino, Gaia Weiss, Cecilia Dazzi, Flavio Insinna – Genere: Commedia, colore, 102 minuti – Produzione: Italia, 2012 – Distribuzione: 01 Distribution – Data di uscita: 4 aprile 2013.

bianca-come-il-latteDa qualche anno, o meglio da un decennio a questa parte, gli adolescenti sono diventati un interessante oggetto di studio per scrittori e cineasti.

Alessandro D’Avenia, professore di latino e greco in un liceo milanese, ha quindi seguito la strada aperta da Federico Moccia nel lontano 1992, scrivendo nel 2010 un romanzo sui giovani e per i giovani intitolato “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, che neanche a dirlo è diventato subito un best seller conquistando i vertici delle classifiche dei libri più venduti.

La storia è molto semplice: quasi a voler incarnare un moderno Dante, Leo, un sedicenne come tanti, ama Beatrice, la ragazza più bella della scuola a cui però non ha mai neanche rivolto la parola.

Il triangolo -“lui ama lei, ma di lui è anche innamorata la fida migliore amica, a cui lui racconta quanto sia bella e perfetta la donna dei suoi sogni” l’abbiamo già visto svariate volte a partire da quel 1999 quando nelle sale uscì “Come te nessuno mai “ di Gabriele Muccino.

Anche Giacomo Campiotti e lo sceneggiatore Fabio Bonifacci decidono di muoversi sulla falsariga di film e serie tv già viste fino allo sfinimento, introducendo nella prima metà della pellicola tutti gli archetipi di questo genere: amico un po’ sfigato, genitori apprensivi che non sanno che pesci prendere, prof giovane e figo che fa l’amicone con gli studenti stile Robin Williams in “L’attimo fuggente”; che fanno sospirare allo spettatore “Mamma che novità!”.

Poi al quarantesimo minuto (la pellicola ne dura 102) accade una specie di miracolo, il film diventa interessante e a tratti persino profondo. Accade quando si scopre che Beatrice è affetta da un male incurabile e Leo decide che proprio quello è il momento non solo di confessare i suoi sentimenti ma di stare accanto alla persona che ama in un momento terribile.

Il regista e lo sceneggiatore si servono di Leo ma soprattutto di Beatrice per analizzare, in una maniera lontana dai sofismi e dalla retorica, la malattia, il dolore e uno dei quesiti che da sempre ha ossessionato l’uomo: esiste davvero un Dio misericordioso che tutto può e tutto vede?

Oltre a condurci attraverso le tappe obbligate della vita di ciascuno di noi, in un alternanza tra riso e pianto (se siete tipi dalla lacrima facile è d’obbligo munirsi di fazzoletti prima della visione del film), Campiotti introduce al pubblico di fascia d’età compresa tra i 15 e i 19 anni, a cui chiaramente è indirizzata la pellicola, tematiche importanti come la solidarietà e le energie rinnovabili.

Nonostante la piega decisamente drammatica presa dalla seconda metà del film che non può fare a meno di rievocare nello spettatore un melò anni ’70 in puro stile “Love Story”, gli sceneggiatori D’Avenia e Bonifacci riservano ampio spazio alle risate. Questo accade soprattutto grazie alle gag affidate a Scicchitano che nella seconda parte del film si trasforma da innamorato in una versione sedicenne del “Patch Adams” di Robin Williams.

Buona la prova di tutti gli attori, su tutti brillano Filippo Scicchitano e Gaia Weiss, modella francese interprete del difficile ruolo di Beatrice. Calza alla perfezione i panni dell’amica innamorata e gelosa Aurora Ferrari. Credibili anche gli adulti del film Flavio Insinna e Cecilia Dazzi, nei panni dei genitori apprensivi. Di meno lo è il personaggio del professore interpretato da Luca Argentero, non tanto per mancanza di abilità da parte dell’interprete, quanto per il personaggio in sé che risulta a tratti stucchevole.

Nonostante il film scivoli un po’ nella parte finale, “Bianca come il latte rossa come il sangue” è una pellicola che va segnalata per il modo meno banale del solito in cui cerca di affrontare determinati temi solitamente assenti da pellicole di questo genere, e per i messaggi positivi che sono alla sua base.

Probabilmente non è una pellicola destinata a passare agli annali della storia del cinema, ma siamo certi che, complice anche la colonna sonora dei Modà, riscuoterà un buon successo tra i più giovani.

Mirta Barisi

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