Bella e perduta – Recensione

  • Regia: Pietro Marcello
  • Cast: Sergio Vitolo, Gesuino Pittalis, Tommaso Cestrone
  • Genere: Documentario
  • Durata: 86 minuti
  • Produzione: Italia 2015
  • Distribuzione: Cinecittà Luce
  • Data di uscita: 19 Novembre 2015

“Bella e perduta”: inchiesta, favola e poesia in ibrida miscela

bella-e-perdutaLa nuova opera di Pietro Marcello è un documentario eminentemente lirico, nella reiterata e talora velleitaria tendenza a stagliare uomini e animali su sfondi paesaggistici di cristallina bellezza naturale; questa dominante vena lirica attraversa fluidamente una struttura narrativa che parte da un carico di denuncia e di investigazione – qui risiede, in prima e in ultima istanza, l’aspetto prettamente documentaristico – e si evolve in forma di favola tradizionale, con tanto di innesti archetipici, fino a confluire in una morale connotata da piglio combattivo e parziale rassegnazione, nell’assunzione di consapevolezza rispetto alla propria condizione animale: così vicina all’ineffabilità dell’arte, ma inesorabilmente destinata a consumarsi.

Ambientazione prima e fondamentale è la Reggia di Carditello, in provincia di Caserta, costruita nel 1744 da Carlo di Borbone: secoli di abbandono, discariche tutt’intorno e per lungo tempo comodo rifugio per svariate latitanze. Un pastore, un umile e semplice pastore, Tommaso Cestrone, decide di combattere affinché un tale patrimonio di storia e cultura non finisca vittima abusata del degrado circostante, dedicandosi così alla cura solitaria dei resti artistici e architettonici avvolti dal grigio oblio, fino ad ottenere una parziale vittoria: per la cronaca (che qui conta), il Mibact ha acquistato nel 2013 la tenuta reale, ancora in attesa di essere inserita in un concreto progetto statale di valorizzazione. Nello stesso anno, Tommaso Cestrone è morto.

“Bella e perduta”: apologia della natura in linguaggio arcaizzante

Consumata rapidamente la parabola investigativa, il documentario assume una piega di finzione assai peculiare: il pastore intende salvare, con le sue ultime forze, un giovane bufalo maschio di nome Sarchiapone, destinato a inutile e forzata morte. A farsi carico della richiesta del pastore è Pulcinella, la maschera tipica della tradizione partenopea: non tanto, qui, il Pulcinella della commedia dell’arte napoletana, quanto piuttosto la declinazione del primo archetipo – di origine etrusca, come si evince da alcuni reperti funerari – che lo tratteggia come tramite linguistico tra i vivi e i morti: qui funge invece da mediazione tra il bufalotto che si accinge a salvare e il mondo bello e crudele che lo circonda.

Nel viaggio congiunto verso un Nord imprecisato, che Pulcinella e Sarchiapone intraprendono fiduciosamente, si inserisce con forte impatto visivo il tema universale del rapporto tra l’animale – ivi compreso l’uomo – e la natura: Sarchiapone prosegue la parabola del pastore Tommaso nella difesa strenua di un patrimonio da conservare, e che invece subisce da ogni lato aggressioni e contaminazioni dovuti alla trascuratezza e all’avidità. Entrambi sono umili e combattono per la conservazione di qualcosa di superiore che riescono ad intuire ma non a comprendere; entrambi sono, in senso lato, espressione emblematica di una profonda umanità: la protratta vicinanza del bufalo spinge infine Pulcinella a gettare la maschera, a rinunciare alla propria immortalità per prendere su di sé il peso di una consapevole cittadinanza del mondo.

Nell’universalizzazione del tema, l’argomentazione di Pietro Marcello, che ha scritto il film in collaborazione con Maurizio Braucci, sembra non riuscire a tenere un passo costante, volando troppo alto negli eccessi lirici – la lacrima che scorre sul muso del bufalo, condannato infine al macello – e proponendo uno svolgimento allegorico al limite del didascalico – si veda la raffigurazione dell’albero della morte. Ciò non inibisce però l’icasticità di certe scene e la potenza di una natura paesaggistica ritratta con sguardo contemplativo e rispettoso, in un esperimento linguistico che riesce, anche nella diluizione visiva e nei limiti di una mitizzazione sempre incombente, a mantenersi positivamente legato alla viscerale arcaicità della terra.

Marco Donati

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