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Armandino e il MADRE – Recensione

Il bisogno dell’uomo di comunicare e condividere raccontato nel cortometraggio d’esordio alla regia di Valeria Golino

Regia: Valeria Golino – Cast: Esther Garrel, Gianluca Di Gennaro, Denis Nikolic, Iaia Forte – Genere: Cortometraggio, colore, 14 minuti – Produzione: Italia, 2010 – Data di uscita: 6 giugno 2010.

armandino-e-il-madreIl cortometraggio dall’enigmatico titolo “Armandino e il MADRE”, prima prova di Valeria Golino dietro la macchina da presa, si presenta, secondo la definizione che ne ha dato la regista stessa, come un “film non sull’arte, ma con l’arte; le opere artistiche sono parte integrante della storia, costituiscono l’ambientazione in cui la storia prende forma”.

La pellicola è quasi interamente girata all’interno del Museo d’Arte contemporanea DonnaREgina di Napoli, e tanto il museo quanto la città partenopea possono considerarsi coprotagonisti della storia. La “napoletanità” rappresenta dunque il soggetto che ispira questo cortometraggio, che vuole rendere omaggio ad una città dalle mille sfaccettature ed ambivalenze, una città che è “bella proprio perché dicotomica”, come ha dichiarato la Golino. Ed il fascino della pellicola risiede proprio nel riuscire a rappresentare quest’idea di “convivenza” e “commistione” di ambienti, linguaggi, atmosfere, tra loro diversi, senza darne spiegazioni, puntando soltanto sulla potenza evocativa delle immagini.

La storia è incentrata sulle graziose peripezie che il piccolo scugnizzo Armandino compie, armato di rosa rossa alla mano, nel tentativo di convincere Sara, restauratrice francese che lavora nel museo, a perdonare le “scappatelle” di suo fratello Roberto, giovane Rom infatuato di lei. La schermaglia amorosa tra i due si svolge in una girandola di luoghi, alternando le anguste atmosfere degli stretti vicoli napoletani, agli ampi ed ariosi ambienti del museo impreziositi dalle installazioni di artisti contemporanei; due immaginari, dunque, antitetici ma entrambi simbolo delle diverse modalità espressive dell’uomo.

Ad amplificare questo gioco di commistione è funzionale la scelta di scivolare continuamente da una lingua all’altra, in un continuo alternarsi e mescolarsi di napoletano, francese e romaní, che suggerisce come il desiderio dell’uomo di comunicare e raccontare se stesso vinca ogni differenza di codice espressivo.

Il cortometraggio della Golino è dunque denso di significati, ma questi vengono suggeriti, affiorano senza esser dichiarati a parole, in una pellicola basata sulle immagini, i volti, gli sguardi. “Questo corto nella mia testa è solido come un giocattolo, è una cosa diversa da un film perché è dotato della leggerezza e giocosità di un giocattolo”: questa frase della regista comunica perfettamente l’essenza del suo lavoro, una pellicola che in superficie parla d’amore, con una storia graziosa nella sua pulita semplicità, ma nasconde una ricchezza e varietà di significati che raccontano il bisogno dell’uomo di “comunicare” e “condividere” il proprio sé con l’altro.

Francesca Rinaldi

Armandino e il MADRE – Recensione

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