Animal Kingdom – Recensione

Il miglior film crime mai realizzato in Australia capace al contempo di inquietare e far riflettere lo spettatore

Regia: David Michôd – Cast: Guy Pearce, Ben Mendelsohn, Joel Edgerton, Jacki Weaver, Luke Ford, Sullivan Stapleton, Anthony Hayes, Clayton Jacobson, Mirrah Foulkes, Justin Rosniak, James Frecheville, Daniel Wyllie, Laura Wheelwright, Susan Prior, Dan Wyllie, Anna Lise Phillips – Genere: Drammatico, colore, 112 minuti – Produzione: Australia, 2009 – Distribuzione: Mikado – Data di uscita: 30 ottobre 2010.

animalkingdomIspirato senza troppa attenzione all’episodio realmente accaduto dell’uccisione di due agenti di polizia di Melbourne, avvenuto sul finire degli anni ’80, “Animal Kingdom” è firmato dall’esordiente documentarista australiano David Michod, che riesce nell’intento originario di lasciare al pubblico “qualcosa che rimanga”. La pellicola rappresenta l’eterna lotta tra guardie e ladri ed è indubitabilmente il miglior film “crime” mai realizzato in Australia oltre che uno dei pochi prodotti in circolazione in grado di competere con i più rinomati esperti del genere ‘gangster’ di Hollywood.

Storia dell’adolescente Joshua Cody, che si ritrova a decidere da che parte stare, cioè se da quella dei buoni o dei cattivi, rispettivamente impersonati dal paterno agente Nathan e dai componenti della scellerata famiglia Cody da cui il ragazzo proviene, il film è stato più volte oggetto di paragone non tanto con le stesse atmosfere di violenza e corruzione di Coppola quanto con quelle del regista di “Quei bravi ragazzi”, Martin Scorsese. Il segreto del successo della regia di Michod è però rappresentato da una sostanziale rottura con questa tradizione e dunque con la spettacolarità tipica del modello americano. Ne sono una diretta testimonianza i dialoghi privi di frasi da citare e l’uso ricorrente della slow motion, insieme con le musiche del compositore Antony Partos, proprio nella riprese dei momenti maggiormente topici della trama.

Per quanto ammorbidita da movimenti di macchina più lenti e fluidi, però, l’azione si dimostra comunque in grado di far sobbalzare lo spettatore dalla poltrona, soprattutto giunti allo sconcertante atto finale, che forse ci si aspetta ma non così magistralmente e dosatamente diretto.

Il cast è inoltre ben assortito: la nonna di Joshua, l’ inquietante matriarca che veglia sulle attività criminose dei figli, è interpretata da una bravissima Jackie Weaver le cui espressioni ricordano vagamente quelle fiabesche della Regina Rossa di “Alice in Wonderland” di Burton; mentre lo zio ‘Pope’, personaggio manesco, responsabile della morte della giovane fidanzata di “J”, è invece impersonato da un viscidissimo Ben Mendelsohn, assolutamente encomiabile nella capacità di conferire un corpo e un volto alla morbosità. Infine la performance del giovanissimo protagonista James Frencheville: preziosa e ammirabile grazie alla sua capacità di farsi capire e attivare emotivamente il pubblico, senza l’utilizzo di alcuna espressione del volto, nemmeno un’increspatura della fronte.

Dunque un’ ottima occasione di godere di un lavoro intelligente e accurato e di farsi affascinare da una storia che illustra con forza la cruda realtà che ci circonda e il determinismo con cui un essere umano si trova spesso inesorabilmente a scegliere nel corso della propria esistenza.

Cecilia Sabelli

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