Angeli della rivoluzione – Recensione

Fedorcenko porta sullo schermo la storia della combattente comunista Polina e della sua missione nel nord dell’Unione Sovietica

(Angely revolucii) Regia: Aleksej Fedorcenko – Cast: Cast: Darya Ekamasova, Oleg Yagodin, Pavel Basov, Georgy Iobadze, Konstantin Balakirev, Alexey Solonchov – Genere: Drammatico, colore, 105 minuti – Produzione: Russia, 2014.

angeli-della-rivoluzioneNell’anno 1934, l’ex combattente Polina “la Rivoluzionaria”, viene mandata dal governo sovietico nel nord della Russia. La missione consiste nel convertire le popolazioni rurali e indigene, i Khanty e Nenets, alla nuova ideologia comunista. Polina sarà accompagnata da cinque suoi ex compagni, ormai diventati artisti d’avanguardia, che proprio grazie all’arte cercheranno di conquistare gli abitanti del Nord. Ma la differenza tra le due culture si dimostrerà troppo grande, addirittura insuperabile.

Il regista russo Aleksej Fedorcenko porta sullo schermo la vera storia della bellissima e leggendaria combattente Polina, che realmente militò nell’Armata Rossa nel periodo tra le due Guerre. La donna fu inviata dal governo russo nel nord del paese, precisamente nella regione del Kazym, dove i comunisti avevano costruito un centro culturale costituito da un ospedale, una scuola, un museo e una clinica veterinaria. Tuttavia gli abitanti del posto non erano assolutamente favorevoli ai cambiamenti imposti dall’ideologia comunista.

Il tema dello scontro tra culture quasi agli antipodi è alla base della vicenda del film: il popolo del Kazym è un popolo rurale, fedele alle sue tradizioni e credenze, ma soprattutto alla Dea che abita sull’isola del lago e che esprime il suo volere attraverso le parole del principe – capo villaggio. Polina e i suoi colleghi hanno il difficile compito di convertire al Comunismo queste popolazioni ma le differenze culturali e sociali risultano impossibili da superare e i punti di contatto sono quasi inesistenti.

Gli ex compagni di Polina sono diventanti degli artisti d’avanguardia. Il gruppo infatti è composto da un musicista, uno scultore, un regista di teatro, un architetto costruttivista, un regista di fama: l’arte viene vista quindi dal regista come una sorta di linguaggio universale, capace di abbattere tutte le barriere ed esprimere perfettamente i precetti di un’ideologia.

Il film risulta abbastanza lento e la costruzione cronologica degli eventi non è di facile comprensione, data la presenza di continui salti temporali. La precedente esperienza nel genere del documentario del regista è inoltre riscontrabile per tutta la durata del film, fino alla fine dove ci viene mostrata la regione del Kazym oggi e l’unica persona ancora in vita che fu presente a quegli eventi.

Il film è stato presentato in anteprima mondiale al Festival Internazionale del Film di Roma e, nella stessa occasione, il regista Aleksej Fedorcenko verrà premiato con il “Marc’Aurelio del Futuro”, essendo considerato come uno dei registi più originali del panorama cinematografico russo del momento.

Margherita Mustari

 

 

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