AmeriQua – Recensione

Le premesse di “AmeriQua” facevano ben sperare, ma la pellicola si rivela un concentrato di luoghi comuni e poco altro

Regia: Marco Bellone, Giovanni Consonni – Cast: Robert F. Kennedy III, Alessandra Mastronardi, Matteo Azchirvani, Jeanene Fox – Genere: Commedia, colore, 99 minuti – Produzione: Italia, 2013 – Distribuzione: Data di uscita: 16 maggio 2013.

ameriquaIl giovane rampollo di una famiglia del gotha americano, grazie ad un progetto di scambio universitario, passa un anno divertente a spassarsela tra donne e fiumi d’alcool in una città lontana (l’Italia) famosa per i suoi portici, il ragù e soprattutto per la sua università. Lì conosce un simpatico ragazzo leccese, che sembra saperne una più del diavolo in fatto di donne e divertimento, che diventerà il suo più grande amico.

Purtroppo quando ci si diverte il tempo passa veloce, e così ben presto il giovanotto è costretto a lasciare la ridente Bologna, e ritornare a casa negli USA. Ma la malinconia per gli amici e i luoghi che si è lasciato alle spalle è talmente tanta che l’unico modo per combatterla è mettere la sua esperienza nero su bianco e magari trasformarla in un film.

Così nasce “AmeriQua”, opera prima di Bobby Kennedy III che qui troviamo in veste di interprete e sceneggiatore.

L’idea di partenza potrebbe essere anche buona, lo dimostra il successo che hanno avuto pellicole come “L’appartamento spagnolo” di Cedric Klapisch (regista francese che aveva voluto a sua volta descrivere la sua esperienza Erasmus in Spagna) o la sit-com “Via Zanardi 33” ambientata sempre a Bologna, trasmessa qualche anno fa su Italia1.

Peccato però che lo sceneggiatore abbia pensato che fosse una buona idea infarcire la sua sceneggiatura di personaggi surreali e di luoghi comuni. A detta di Bobby Kennedy III, che ormai risiede in Italia da quattro anni, questi cliché dovevano servire a prendere in giro l’americano medio e i suoi stereotipi.

Così nella sceneggiatura scritta a quattro mani da Kennedy e Lele Gabbellone vengono inseriti: un paio di boss mafiosi, di cui uno siciliano che si chiama Don (ovviamente un richiamo al “Padrino”) Cesare ma che ha un ristorante a Bologna specializzato in ragù alla bolognese, un punkabbestia ladro, e un ‘machista’ scansafatiche, e per concludere in bellezza anche una scena alla “Vacanze Romane” in cui i due protagonisti scorrazzano per i colli bolognesi in sella al loro vespa.

Se in teoria “ i cattivi” della pellicola erano una metafora delle difficoltà che devono affrontare i giovani quando si recano per la prima volta in un paese straniero di cui non conoscono nulla, purtroppo chi guarda vede ben altro.

La pellicola in fin dei conti risulta infatti solo come un concentrato di luoghi comuni, senza un filo narrativo che sia coerente e coeso, che ha un potenziale veramente urticante sul pubblico italiano e, soprattutto, siamo proprio certi che il pubblico americano, che vedrà la pellicola a luglio riuscirà a cogliere l’ironia di fondo?

Se ad una trama che fa acqua da più parti ci aggiungi anche due protagonisti che non brillano proprio per le loro doti attoriali, il disastro è praticamente preannunciato. Risulta incomprensibile il motivo per cui si sia scelto di affidare il ruolo di co-protagonista ad un ragazzo che attore non è. La colpa non è neanche sua, si vede che da parte di Gabbellone l’impegno c’è stato, ma l’attore è un mestiere che non può essere improvvisato e che richiede anni di studio.

Purtroppo invece non è stato dato grande spazio a giovani leve del cinema italiano come Giuseppe Sanfelice, che già da anni ha dimostrato di saper fare il suo mestiere, e che anche in questo caso nelle poche scene che lo vedono protagonista sa regalare un sorriso al pubblico in sala. Sembra anche inutile sottolineare che le interpretazioni migliori del film sono offerte generosamente allo spettatore da Ernesto Mahieux e Giancarlo Giannini, nei panni dei boss mafiosi Don Farina e Don Carmine Ferracane, che dimostrano quanto la scuola abbia veramente il suo peso.

Buona invece la fotografia firmata da Marco Bassano, che rende giustizia ai paesaggi del nostro Bel Paese, e le musiche firmate da Lucio Dalla e dall’esordiente Marco Sbarbati, autore della canzone dei titoli di coda “I don’t wanna start”, che nella timbrica vocale ricorda il cantante inglese James Blunt.

A dispiacere allo spettatore è sapere che un ritratto del genere porti la firma di uno straniero, che si dice amante dell’Italia e di tre nostri compatrioti. Speravamo quindi che fossero proprio loro, data la giovane età, a fare qualcosa di veramente originale offrendo un ritratto veritiero della nostra terra con tutti i pregi e i difetti. Purtroppo invece l’amore così tanto professato non è stato percepito, anzi potrebbe addirittura sembrare che questo ‘pout pourri’ di stereotipi sia stato studiato ad arte per compiacere il pubblico e la distribuzione americana.

Mirta Barisi

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