Tomboy – Recensione

L’opera seconda della giovane regista Céline Sciamma: la storia di Laure, ragazzina che decide di fingersi un ragazzo

Regia: Céline Sciamma – Cast: Zoé Héran, Malonn Lévana, Jeanne Disson, Sophie Cattani, Mathieu Demy, Ryan Boubekri, Yohan Véro, Noah Véro, Cheyenne Lainé – Genere: Drammatico, colore, 82 minuti – Produzione: Francia, 2011 – Distribuzione: Teodora Film – Data di uscita: 7 ottobre 2011.

tomboy“Boys don’t cry”, “i ragazzi non piangono”, cantavano qualche annetto fa un paio di ragazzi di Manchester che se la cavavano discretamente bene con una chitarra elettrica e un microfono in mano. I ragazzi non piangono, i ragazzi possono giocare a calcio a torso nudo, i ragazzi non devono seguire regole imposte da un corpo che non vuole saperne di te e delle tue emozioni, che ti costringe a mille piccoli soffocanti divieti, proprio quando non vorresti obbedire ad altri che a te stessa.

É probabilmente questo che ha pensato Laure, la giovanissima protagonista di “Tomboy”, opera seconda della giovane regista d’Oltralpe Céline Sciamma, che approda nel nostro Paese dopo aver collezionato critiche entusiastiche in patria e due riconoscimenti di tutto rispetto, il Teddy Award allo scorso Festival di Berlino e il premio del pubblico e della giuria al 26° Torino GLBT Film Festival.

Il film prende le mosse da una vicenda estremamente semplice e se vogliamo piuttosto banale: una famiglia della middle class francese si trasferisce in una nuova città. Non è un evento nuovo per la piccola Laure, di dieci anni, e la sorellina Jeanne, di appena cinque. Un comune quartiere residenziale, immerso nel verde (a proposito, chapeau ai tecnici del suono Laurent, Savine e Sobrino: fare letteralmente “parlare” i boschi, presenti in moltissime scene del film, non è davvero cosa da poco), un fratellino in arrivo, una vita che sembra scorrere su binari saldi, verso una meta piuttosto prevedibile.

Ma stavolta qualcosa cambia. Laure, una ragazzina dall’aspetto ancora androgino, e dal comportamento da maschiaccio (tomboy, in inglese) decide di fingersi un ragazzo, Mickäel, davanti a tutto il mondo “di fuori”, ai suoi nuovi amici e soprattutto a Lisa, sua coetanea, alla quale è legata da una attrazione dai contorni confusamente sessuali.

E così la Sciamma olia per bene i meccanismi del suo delicatissimo e prezioso carillon narrativo, mostrandoci i teneri, goffi e tremendamente commoventi tentativi di Laure di rendere credibile questa sua finzione: sorridiamo per i suoi piccoli successi (tenerissima la scena in cui riesce a trovare il modo di andare al fiume con gli altri ragazzini, creando in tutto e per tutto le fattezze anatomiche di un preadolescente), proviamo dei brividi quanto avvertiamo che il suo magnifico castello di carte sta vacillando (la scena in cui Lisa chiede alla piccola Jeanne se il fratello è in casa).

Fastidiosa e quasi violenta la visione della scena in cui la madre di Laure, piena di rabbia e vergogna, la costringe ad indossare un abito da bambina e a ripresentarsi così abbigliata davanti ai suoi compagni di gioco.

Proprio come un carillon, non si può che restare incantati dalla sua musica, finchè dura. Non si riesce a staccare gli occhi dallo schermo, pur nella consapevolezza della logica conclusione: Laure, ormai costretta a mostrarsi per quella che (non) è, parla con la sempre affettuosa Lisa, che le chiede ancora una volta come si chiama, ed è con questo nome, Laure, pronunciato con un sorriso che non riesco a non ritenere ironico, che il film finisce.

Un delicato e intrigante carrillon, si diceva. Ma quando la musica finisce, un insistente interrogativo frulla in testa: e quindi?

La Sciamma ha scelto con cura un cast eccezionale, in testa la magnifica Laure di Zoé Héran e la dolcissima Jeanne, interpretata dalla piccola Malonne Lévana, che avrebbe sciolto il cuore di un Erode, senza dimenticare i personaggi “minori”, i genitori, veri comprimari in questo film di ragazzini Ha curato i dialoghi, scarni ma mai banali, le musiche (davvero azzeccato il brano “Always”, colonna sonora del film), a tratti con un certo compiacimento estetico che ricorda il miglior Sam Mendes di American Beauty (la scena in cui l’abitino da ragazza rimane tristemente appeso al tronco di un albero, mentre Laure, felicemente libera di correre in shorts e maglietta, corre via nel bosco).

Il carillon incespisca in questa strada lastricata di ottime intenzioni: la Sciamma, sul cui talento si potrebbe scommettere, pur nella sensibilità con cui entra nel mondo degli adolescenti, non riesce ad andare in profondità, non riesce a descriverci, se non sporadicamente, il ribollire di emozioni contrastanti che dovrebbero animare la mente di Laure, nè tantomeno la piccola grande tragedia dell’ essere scoperta, accettando o fingendo di accettare una identità femminile nella quale non riesce a riconoscersi. La Sciamma, che ci ha diligentemente presi per mano per tutto il film, ci lascia sul finale in mezzo ad un elegante vialetto ad osservare le due amiche nuovamente riunite, come se nulla fosse successo, con la fastidiosa sensazione di non averci poi capito granchè.

Ad una regista di poco più di trent’anni potremmo perdonare questo peccato tutto sommato veniale.

Provaci ancora, Céline. Ti aspettiamo.

Simona Oddo

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