THE TREE OF LIFE - RECENSIONE

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The Tree of Life - Recensione

Il nuovo film di Malick, tramite un'esperienza visiva incredibile, arriva direttamente all'inconscio dello spettatore come prima aveva saputo fare solo ‘2001 Odissea nello spazio’ di Kubrick.

(The Tree of Life) Regia: Terrence Malick - Cast: Brad Pitt, Jessica Chastain, Hunter McCracken, Sean Penn - Colore, 138 minuti - Produzione: USA, 2011 - Distribuzione: 01 Distribution - Data di uscita: 18 maggio 2011.

Si è parlato spesso, volendo scegliere una pellicola da mandare nello spazio per far capire ad ipotetici abitanti extraterrestri che cosa è l'uomo e la vita sulla Terra, di quale pellicola sia la più adatta a rappresentarci. Il nome che più si fa in questi casi è il capolavoro di Stanley Kubrick “2001 Odissea nello spazio”: attraverso un'esperienza visiva impensabile per allora, Kubrick ha creato un film immortale che cerca di rappresentare visivamente cos'è l'uomo, come esso si leghi al tempo e allo spazio e soprattutto il suo rapporto con l'evoluzione della tecnologia e della scienza. Da oggi, un altro nome sorgerà spontaneo: “The Tree of Life”, il nuovo film di Terrence Malick, il quinto in quarant'anni di carriera, è una sinfonia che narra tramite immagini spettacolari e musica che cos'è la vita ed in particolare come l'uomo è inserito in essa.

Con il film di Kubrick quello di Malick ha in comune l'atmosfera, l'idea di creare un racconto basato più sulle sensazioni che sulla storia, i narratori sono infatti le immagini e la musica e non il dialogo, praticamente assente, e gli effetti visivi, che sono infatti curati dallo stesso artista, Douglas Trumbull, di 2001. Ma se da una parte il film di Kubrick analizza l'aspetto più razionale dell'uomo, il suo rapporto con la scienza e la tecnologia, e l'influenza di queste sul progresso, Malick si concentra sulla parte emotiva dell'uomo, rappresentandolo in continua lotta tra due estremi: la grazia e la violenza.

L'uomo, per sua natura mortale, ha dentro di sé una luce che lo spinge a pensare a cose molto più grandi di lui: la sua mente può concepire mondi e situazioni infiniti, può espandersi e raggiungere luoghi lontanissimi pur rimanendo confinata in uno spazio piccolo e definito come il nostro corpo materiale. Da questo ossimoro nasce il tormento dell'uomo: come può una natura mortale sostenere il peso di una coscienza in grado di concepire l'infinito? Ecco che quindi l'uomo è sempre in bilico tra la violenza e la grazia: può sia gioire della enorme bellezza del mondo, che ribellarsi ad essa, può vederla ora come la fonte della più grande gioia e amore ed ora come una dura matrigna crudele.

A differenza degli altri animali, l'uomo riesce quindi a vedere se stesso nella vita e non a vivere la vita così come viene: la splendida ricostruzione della nascita della vita ci porta dunque, partendo da astri incandescenti e passando per animali preistorici, ad una qualsiasi famiglia americana anni '50. Malick sceglie di raccontare l'universale partendo dal particolare, da una situazione quasi banale: una madre (Jessica Chastain), simbolo dell'amore, e un padre (Brad Pitt), duro e severo, simbolo della forza e della violenza. Tra di loro, tre figli, in continua lotta tra l'amore di una e il rigore dell'altro. Attraverso gesti e situazioni che ci sembrano banali, Malick ci fa capire che in ogni aspetto della nostra vita è presente questa continua lotta, e che tutto fa parte di un grande disegno, a noi inconcepibile, scritto nella potenza della natura che fa sorgere il sole e crescere l'erba: il bacio di una madre, diviene quindi potente come l'esplosione di una supernova.

Come ulteriore punto di vista Malick sceglie quello del dolore: la famiglia O'Brian perde infatti un figlio e questa perdita scatena varie reazioni nei protagonisti. Il dolore, e la capacità di provarlo, diviene così per il regista il mezzo principe attraverso cui l'uomo si rende conto della sua situazione: nel film vediamo di sfuggita persone che stanno male, altre che hanno subito incidenti, altre che perdono il lavoro. La perdita, e il dolore che essa provoca, fa maturare la coscienza dell'uomo e si rivela determinante nel percorso formativo di una persona: come dice Shakespeare nel suo “Romeo e Giulietta”: “Chi non ha mai avuto una ferita, ride di chi ne porta isegni”. Alla fine, in una scena lirica e metafisica, tutti si rincontrano, perché, secondo il regista, se c'è una cosa che è in grado di conciliare le due forze opposte dell'uomo è l'amore, e i rapporti che si sono costruiti in vita.

Un film quindi non facile, complesso, che costruisce un modo nuovo di fare cinema, unendo la forza della musica e delle immagini alla delicatezza della poesia, che narra una storia per ellissi, sconvolgendo i rapporti temporali, architettato come una sinfonia: una vera esperienza polisensoriale, in grado, se si è pronti ad abbandonarsi ad essa, di creare la sensazione di vivere nel respiro del film.

Valentina Ariete

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