Simon Konianski – Recensione Regia: Micha Wald – Cast: Jonathan Zaccaï, Popeck, Abraham Leber, Irène Herz, Nassim Ben Abdeloumen – Genere: Drammatico, colore 100 minuti – Produzione: Belgio, Francia, Canada 2009 – Distribuzione: Fandango – Data di uscita: 9 aprile 2010
Micha Wald pone sul grande schermo temi profondi e seri come quello dell'olocausto all'interno di una verve comica. I paragoni ad altre pellicole sono stati innumerevoli: alcuni parlano di un nuovo “Little Miss Sunshine”, altri pensano a Benigni e altri ancora nominano Woody Allen. “Simon Konianski” non è nulla di tutto questo. Il film è qualcosa di nuovo, che riesce finalmente a trattare la drammaticità della deportazione degli ebrei, scatenando un sorriso sul volto dei propri spettatori. Le tematiche affrontate all'interno del film sono molte, ma quella che maggiormente spicca è la difficoltà di relazione tra le diverse generazioni di ebrei. Simon è un uomo di 35 anni, un eterno adolescente da poco lasciato dalla compagna ballerina, dalla quale ha avuto un figlio di nome Hadrien. Non avendo un posto dove andare Simon si trasferisce a casa del padre Ernest, un ex-deportato che non perde occasione per raccontare i terribili ricordi della guerra e della sua esperienza nel campo di concentramento. A differenza di Hadrien, appassionato dai racconti del nonno, Simon ne è inorridito e respinge la figura del padre e tutto ciò che egli rappresenta, rinnegando le proprie origini e la propria cultura ebraica. Alla morte di Ernest, tuttavia, Simon decide di rispettare le ultime volontà del padre e si trova così ad affrontare un viaggio lungo e difficile dal Belgio in Ucraina per seppellire Ernest nella sua città nativa, accanto alla sua prima moglie, di cui il figlio non ne era minimamente a conoscenza. Portandosi dietro il piccolo Hadrien e un duo irresistibile di zii, ripercorrerà a ritroso la storia del padre onorandone la memoria e riscoprirà l'importanza delle proprie radici riavvicinandosi finalmente al padre. La leggerezza e l’ironia sono gli elementi distintivi con i quali Micha Wald affronta un argomento fin troppo abusato, quello dell’Olocausto. Il merito non è solo del regista ma, ovviamente, degli attori stessi (la maggior parte di certo non di tenera età) che sono riusciti a realizzare momenti di autentico divertimento molto spesso rubando la scena al protagonista. Il film è ricco di cenni autobiografici e molti dei personaggi sono componenti della famiglia del regista: lo zio Maurice, scampato alla Shoah, ma convinto di essere ancora pedinato dalle SS, la zia Mala dalla parlantina facile e lo stesso viaggio da Bruxelles in Polonia che Wald ha compiuto in età adolescenziale insieme al padre e ai fratelli per visitare la città nativa della madre, passando per il campo di concentramento vicino Lublino. L'autoironia, tipica nel popolo ebraico è riuscita finalmente a demitizzare il grande tabu della Shoah: la tragedia di certo rimane, ma è giusto che ogni tanto si riesca a guardare indietro e a non provare solamente dolore, vergogna e pietà per questa comunità, ma anche simpatia e piacere. Micha finalmente è riuscito a ricordare senza drammatizzare.
Silvia Caputi
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