Post Mortem – Recensione
Regia: Pablo Larrain – Cast: Alfredo Castro, Antonia Zegers, Amparo Noguera, Jaime Vadell, Marcelo Alonso – Genere: Drammatico, colore, 90 minuti – Produzione: Cile, Messico, Germania 2010 - Distribuzione: Archibald Enterprise Film - Data di uscita: 29 ottobre 2010.
L’undici settembre del 1973, rivive nel film “Post Mortem” di Pablo Larraín, attraverso le vicende di Mario, un funzionario addetto alla trascrizione delle autopsie in un ospedale di Santiago del Cile. Politica e vita quotidiana s’intrecciano alla perfezione in questo film presentato in concorso alla 67esima Mostra del cinema di Venezia. Mario è un uomo sulla quarantina, solitario e schivo, innamorato della sua vicina di casa Nancy una ballerina di Can-can, ormai in decadenza. Con questa nuova buona prova di regia, Pablo Larraín conferma quanto sia desideroso di far conoscere al mondo il suo Cile. C’era riuscito già con il suo precedente lavoro (“Tony Maniero”), lo ribadisce e sottolinea più volte con “Post Mortem”, arrivando diritto al nocciolo del problema: quel colpo di stato che il mondo civile occidentale guardò senza muovere un dito. Per raccontarci la sua versione dei fatti utilizza Mario (uno straordinario Alfredo Castro), un uomo debole ed ingenuo, che apparentemente non c’entra nulla con la politica e lo accompagna (e ci accompagna) per le vie della capitale: una città smarrita, difficile, senza identità. Quello che vediamo è un popolo che ricerca la propria identità, la stessa cosa che cerca disperatamente Mario. Il personaggio descritto da Pablo Larraín è efficace e porta dentro di sé tutto il caos di un paese che da lì a poco sarebbe stato sconvolto dal colpo di Stato di Pinochet. Si comincia con una descrizione molto lenta della giornata di questo signore: la sua solitudine, le ore passate a trascrivere autopsie alla macchina da scrivere, lo svago al teatro, il lento nascere di un rapporto (meglio dire, la nascita un effimero contatto) con Nancy, per giungere poi finalmente all’evento clou dell’azione. È infatti nella sequenza dell’autopsia del presidente cileno Salvador Allende, proprio l’11 settembre, che l’intensità della pellicola raggiunge il suo culmine, per poi giungere alla inevitabile soluzione drammatica nell’animo del protagonista. Sì, perché attraverso le vicende di questo omuncolo insignificante, che non riesca altro che la felicità, il regista ci racconta una fase politica buia e allo stesso tempo cruciale del suo paese. La pellicola procede proprio in un crescendo di angoscia mista al disgusto inevitabile che qualunque spettatore prova, vedendo come sia abilmente manipolata la realtà da chi ha il potere, metaforicamente simboleggiata dall’amore che Mario prova per Nancy, credendo fino alla fine di essere il suo fidanzato. Un film da Leone d’Oro? Probabilmente sì!
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