Lourdes - Recensione Regia: Jessica Hausner - Cast: Sylvie Testud, Léa Seydoux, Bruno Todeschini, Elina Löwensohn - Genere: Drammatico, colore 96 minuti - Produzione: Austria, Francia 2009, Coop 99 - Distribuzione: Cinecittà Luce - Data di uscita: 11 febbraio 2010.
“Lourdes” secondo le intenzioni della regista Jessica Hausner dovrebbe essere un’indagine sul tema del miracolo, ed il sito in cui ambientarlo è stato scelto proprio perché in tanti dicono di esser stati miracolati in quel luogo, riacquistando la salute, e perché alla Hausner piaceva che in loco vi fosse un comitato scientifico che indaga assiduamente sulla veridicità delle guarigioni. Lo spunto narrativo è il pellegrinaggio di alcuni malati, tra cui la protagonista Christine, con i volontari dell’Ordine di Malta. Nonostante la pellicola sia verosimile per molti aspetti, anche se a volte un po’ paradossale, non riesce ad approfondire emotivamente i singoli personaggi, fermandosi in superficie, quasi per timore d’indagare in profondità e magari scoprire che esiste in ogni uomo un lato spirituale, la cui valutazione risulta certo più complessa. Le vicende raccontate più che il tema del dolore, o della malattia, sembrano affrontare quello della solitudine, soprattutto dei malati, che vivono questo viaggio come una fuga dalla malinconia quotidiana. La non accettazione dei propri disagi, fisici o spirituali, porta molti di loro ad invidiare chi guarisce o trova comunque un qualche giovamento dai rituali sacri. Il punto di osservazione in cui si pone la regista è però molto riduttivo rispetto alla complessità del fenomeno. È vero che Lourdes, come tante altre mete di religiose è un ricettacolo di disperati che anelano il miracolo, ma è anche vero che in molti si recano in pellegrinaggio solo per pregare, perché anche se per un credente Dio risiede in ogni luogo, a volte si sente la necessità di visitare posti dove la spiritualità è più intensa. Per altri poi è puro turismo, la cittadina, che fonda la sua economia su questo è molto accogliente, per certi versi anche eccessiva, con tutte quelle insegne luminose che ricordano tanto Las Vegas. L’opera pluripremiata della Hausner, accolta favorevolmente sia dai cattolici che dagli atei, lascia l’amaro in bocca, non solo per la tristezza della vita di Christine, che tanto vorrebbe un futuro normale, privo della sua sedia a rotelle, quanto perché tutto appare come una fotografia sbiadita, alla quale la regista non ha saputo dare la brillantezza necessaria. Il problema non è la malattia che purtroppo può affliggere ogni persona, senza preavviso, quanto la sua accettazione, la consapevolezza che ognuno è prezioso. I malati mostrati appaiono senza legami e senza speranza. Qualunque sia la nostra pena, il segreto sta nell’accettarla, tentare di superarla, imparare a conviverci, rimanere uniti a chi ci ama. Ma tutto questo nel film non c’è. Da chi affronta temi così complessi ci si aspetta un maggiore sforzo, il coraggio di proporre un pensiero e non la banale rappresentazione asettica di uno spaccato umano dove non ci sono risposte perché mancano anche le domande, e le vite scorrono seguendo in modo ineluttabile un destino cinico e casuale.
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