CELLA 211 – RECENSIONE

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Cella 211 – Recensione

Il genere carcerario made in Spagna

(Celda 211) Regia: Daniel Monzón - Cast: Carlos Bardem, Luis Tosar, Antonio Resines, Marta Etura, Manolo Solo, Jesus Carroza, Luis Zahera, Manuel Morón - Genere: Azione, Drammatico, colore 110 minuti - Produzione: Spagna, Francia 2009, Morena Films, La Fabrique de Films, Telecinco Cinema, La Fabrique 2, Vaca Films - Distribuzione: Bolero Film – Data di uscita: 16 aprile 2010

Cella 211” è un sorprendente film spagnolo, vincitore di ben otto premi Goya (tra cui Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Non Originale) che arriva al cinema in modo dirompente, imponendosi all’attenzione come uno dei progetti più interessanti di questa stagione. Non si esagera quando si afferma che “Cella 211” è uno di quei lavori che tiene lo spettatore incollato allo schermo dalla prima all’ultima scena. Una pellicola talmente ipnotica e claustrofobica da lasciare senza fiato; pregnante nello stile e nella forma scelta. Tutta la storia poggia sul ribaltamento della realtà che subisce il protagonista, il sorprendente Alberto Ammann (Miglior Attore Esordiente), che da secondino al primo giorno di lavoro, si ritrova, suo malgrado, coinvolto nella rivolta dei carcerati portata avanti da Malamadre, interpretato da un carismatico Luis Tomar. Per sopravvivere, infatti, deve fingersi il nuovo galeotto, che occupa la Cella 211, finendo per stringere amicizia con Malamadre, diventandone l’ombra e il braccio destro. Lo stile documentaristico che usa Daniel Monzón è perfetto per rendere la cruda realtà carceraria in cui si muovono i personaggi, con la macchina da presa sottomessa totalmente ad essi. Nonostante questa scelta formale, “Cella 211” risulta estremamente raffinato con inquadrature mai retoriche o banali, affrontando al meglio tematiche estremamente delicate: si passa dall’ETA, alla condizione precaria dei reclusi, nei cui cuori prevalgono sentimenti d’angoscia, di rabbia, di dolore e solitudine. Sono decenni che da Hollywood e dalle serie tv americane giungono opere che hanno il carcere come luogo d’azione ed era facile cadere in tentazione, sfruttando gli abusati clichè cinematografici. Monzón però rielabora il gioco a suo piacimento, dimostrando grande maestria registica, non rinunciando alla vivacità e complessità che si addice a quello che a tutti gli effetti può essere considerato e annoverato tra i buoni film d’autore. Partendo da un’ottima sceneggiatura, Monzón riesce a trasmettere empatia anche con i personaggi più abominevoli, incarnati da un cast davvero ineccepibile. Una pellicola in cui si confondono buoni (i poliziotti) e cattivi (i carcerati) e lo spettatore, spiazzato, non sa più da che parte stare. Da vedere, rivedere e consigliare a tutti!

Davide Monastra



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