Mindhunter – Recensione della prima e della seconda stagione

Prodotta e in parte diretta da David Fincher, noto per pellicole come “Fight Club” e “The Social Network”, la seconda stagione della serie tv true crime “Mindhunter” è disponibile su Netflix. Tra i nuovi criminali intervistati c’è anche il celeberrimo Charles Manson.

Mindhunter: a caccia delle menti dei criminali

Mindhuner serie

Dopo “Zodiac”, incentrata sull’omonimo serial killer americano che operò tra gli anni Sessanta e Settanta, David Fincher indaga nuovamente sulle menti criminali tramite il lavoro pionieristico svolto da alcuni agenti dell’FBI appartenenti all’unità di scienze comportamentali, nella finzione Holden e Bill, affiancati dalla dottoressa Wendy. Questi grazie a una serie di interviste a celebri pluriomicidi riuscirono a delineare il loro profiling, vale a dire una sorta di impronta digitale psicologica che accomunava coloro che commettevano reati in sequenza, da allora in poi chiamati serial killer.

Holden è un agente specializzato nella negoziazione di ostaggi, giovane brillante e sicuro di sé ma ingessato, sempre in giacca e cravatta, abituato a fare tutto secondo manuale e imbranato sentimentalmente. Nonostante venga relegato all’insegnamento, con scarso entusiasmo da parte sua e dei suoi allievi, il suo interesse nel cercare di entrare nella mente criminale dei soggetti con cui tratta e la nuova fidanzata, che studia sociologia, lo spingono a dar vita a un nuovo e innovativo progetto.

Nel corso delle puntate il suo personaggio compie un’evoluzione, così che da rispettoso delle regole, avvezzo a vedere il mondo attraverso schemi abbastanza rigidi, diventa un uomo che comincia a lasciarsi andare. Pronto a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, il giovane finisce anche per scontrarsi con l’FBI, che non asseconda la sua ossessione per la psicologia criminale.

La mente dei sociopatici che intervista esercita un tale fascino su Holden da portarlo a calarsi nei loro panni, mettendosi sullo stesso piano per farli sentire ascoltati e così comprendere il loro modo di ragionare, con una freddezza e un distacco emotivo che però risultano quasi inquietanti.

Da contraltare il suo compagno di indagini Bill, agente federale perennemente in viaggio a tenere lezioni ai poliziotti, nonostante gli anni di esperienza alle spalle rispetto a Holden, appare turbato nel constatare il modo in cui il suo giovane collega si rapporta ai criminali, pur capendone comunque il potenziale. Gli scontri tra i due, che hanno caratteri molto diversi tra loro, costituiscono il comic relief di una serie cupa, basata essenzialmente sulla psicologia.

I racconti dei serial killer

Mindhunter prima stagione

L’aspetto disturbante della storia infatti non è costituito da un pericolo concreto per i protagonisti a diretto contatto con spietati assassini, bensì dalle parole che quest’ultimi utilizzano per raccontare i crimini di cui si sono macchiati, spiegando le proprie ragioni con nonchalance e nessun segno di pentimento.

In particolare, nella prima stagione il personaggio che costituisce il fil rouge è Edmund Kemper, compagno di prigione di Manson e noto come il killer delle studentesse.

Il criminale è felice di parlare della propria storia, dando prova di essere una persona intelligente e colta, interessata a cercare di fornire una spiegazione ai suoi stessi comportamenti. Tale circostanza permette a Holden di capire l’enorme potenziale offerto da queste menti perverse, che se comprese possono risultare molto utili a risolvere casi simili e soprattutto a prevenirli.

Non si tratta soltanto di avanzi di galera, gente a cui dare l’ergastolo o da mandare senza rimpianti sulla sedia elettrica, ma di un preziosa fonte di informazioni e una risorsa da sfruttare, utilizzando metodi anche poco ortodossi.

Ma non ci si può avvicinare al fuoco senza rischiare di bruciarsi, ed è questo il pericolo che corre Holden. Eccitato da questa nuova possibilità e ossessionato dal lavoro, il giovane agente federale, preso anche da una certa boria che lo ha portato a lasciarsi eccessivamente invischiare dai criminali con cui tratta, è colpito da una violenta crisi.

Mindhunter: uno specchio della società?

Nella prima stagione di “Mindhunter” si cerca di trovare una logica alle azioni compiute dalle menti dei criminali, una razionalità negata dai più che preferiscono considerarle semplicemente come espressione della follia.

I due protagonisti sottolineano invece l’importanza dell’infanzia, del contesto sociale e della situazione familiare, elementi in grado di determinare certi comportamenti.

Nell’episodio pilota in particolare si fa riferimento alla teoria di Durkheim, che viene sintetizzata nella frase: “Se c’è qualcosa di sbagliato nella società, la criminalità ne è una diretta conseguenza”.

Sono nati criminali o lo sono diventati? Questa è la domanda posta dalla serie. Liquidare i serial killer come pazzi, e dunque persone che sono nate così, significa considerare la devianza come un’eccezione, liberando la società circostante da molte responsabilità. Scandagliare la psicologia di coloro che hanno commesso reati violenti invece porta alla luce la parte buia della realtà, di cui quei delinquenti sono il risultato.

Mindhunter – Stagione 2: gli omicidi di Atlanta

Mindhunter Charles Manson

La seconda stagione si concentrata sugli omicidi di Atlanta, un fatto di cronaca nera che colpì la capitale della Georgia con la morte di quasi trenta ragazzini tutti afroamericani. Le indagini, seguite alla scomparsa e agli omicidi, vennero effettuate dalle forze dell’ordine con poco impegno, alimentando ulteriormente le tensioni razziali e spingendo le famiglie a dare la colpa al Ku Klux Klan.

In questo nuovo capitolo però, la spiegazione dell’azione criminale elaborata precedentemente viene in qualche modo messa in discussione, o comunque ridimensionata. In particolare è la storyline familiare di Bill che spinge a non limitarsi a un’interpretazione di tipo deterministico, mettendo di fronte a qualcosa di più imprevedibile e dunque pericoloso. Inoltre, i problemi che l’agente deve affrontare si ricollegano al discorso pronunciato dal più atteso dei criminali, Charles Manson.

La famiglia Manson faccia a faccia con il male

Interpretato da Damon Herriman, lo stesso attore che gli presta il volto nel film di Tarantino “C’era una volta a Hollywood”, Charles Manson risulta tra i personaggi più interessanti dal momento che si tratta dell’unico a non aver compiuto materialmente nessuno degli omicidi. Il colloquio con una mente del genere, capace di manipolare a tal punto altri esseri umani da spingerli a compiere efferati omicidi, risulta infatti particolarmente affascinante.

Come ha fatto un uomo ad adescare ragazzi provenienti da normali famiglie borghesi e farli diventare suoi fedeli seguaci?

Manson afferma che ogni membro della cosiddetta famiglia ha agito mosso dalla libertà che lui gli ha offerto, permettendo di dare sfogo a istinti che già covava dentro di sé. Per il leader della setta non esistono il bene e il male, o meglio queste due realtà convivono a tal punto in un individuo da annullarsi a vicenda, fino a diventare semplicemente sentimenti legittimi facenti parte di ogni essere umano. A tal proposito l’uomo parla di una verità, che riguarda i suoi adepti e poi si allarga all’intera società, spiegando che i membri della sua famiglai sono i figli abbandonati dalla comunità, quella di cui i tutori dell’ordine sono forse i principali rappresentanti in quanto suoi difensori.

Dunque Manson più che spingere quei giovani a compiere una strage, ha risvegliato una parte che era già in loro. Una sorta di peccato originale, insito nella natura umana prima ancora della nascita, e da cui non si sente più il bisogno di redimersi. La sua apparizione è l’epifania del male, che però non è più qualcosa di così distante dalla gente comune.

Il dialogo/scontro tra il criminale e l’agente Bill, seppur in alcuni punti forse un po’ troppo costruito, è illuminante nel dare un’interpretazione agli eventi narrati in questa seconda stagione, che risulta come l’atto intermedio di una storia che, seguendo uno schema tripartito come nelle tragedie greche, sembrerebbe puntare verso una terza stagione che porrà al centro dell’attenzione il personaggio della psicologa Wendy.

In definitiva “Mindhunter” è una serie tv la cui tensione non è data principalmente nello stanare i colpevoli non ancora catturati di qualche crimine, ma dal capire perché lo abbiano commesso, illuminando una parte molto buia della mente umana la cui scoperta rischia di accecare.

Maria Concetta Fontana

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