We Are Who We Are: recensione dei primi due episodi

“We Are Who We Are”, diretta da Luca Guadagnino, inizia con la presentazione del luogo e dei personaggi che muoveranno la storia, due punti di vista di una stessa settimana che appaiono così diametralmente opposte. Perché sono sempre gli occhi degli altri il filtro che cambia le cose.

“We Are Who Are”: due episodi, due personaggi, due mondi

We Are Who We Are

Il primo episodio della miniserie creata da Luca Guadagnino, che lo ha definito un film di otto ore, presenta da subito, dalla primissima inquadratura, il personaggio di Fraser (Jack Dylan Grazer). Ragazzo problematico, irascibile e con un bisogno giornaliero di bevande alcoliche. Una situazione con la quale le sue due madri, il colonnello Sarah Wilson (Chloë Sevigny) e la moglie Maggie (Alice Braga), militare infermiera, sembrano costrette a convivere. Arrivati nella base militare vengono accolti da Jenny (Faith Alabi), moglie dai modi gentili e semplici dell’ex-colonnello Richard Poythress (Kid Cudi). Fraser vaga per quel luogo chiuso dove a ogni angolo c’è qualcuno in divisa, rimanendo colpito da Caitilin (Jordan Kristine Seamón) che legge una poesia di Whitman, e travolto da Britney (Francesca Scorsese), ragazza diretta e senza filtri che lo trascina con i suoi amici al mare.

Fraser non socializza e non parla, solo Caitilin sembra attirare la sua attenzione. Caitilin d’altra parte sembra infastidita e al tempo stesso incuriosita da questo ragazzo, soprattutto quando si rende conto di essere seguita durante un momento particolare, e cioè quando sembra fingere di essere qualcun altro. Fraser e Caitilin, integrata in quel gruppo dove c’è la sua migliore amica, il fratello protettivo e immaturo e il fidanzato possessivo, si ritrovano poi su quella stessa spiaggia, dopo aver condiviso niente di più che qualche sguardo e qualche consiglio. Una sintonia latente, ma percepibile da entrambe le parti.

Unicità di sentimenti puri

We Are Who We Are

“We Are Who We Are” è un coming of age sospeso tra racconto di formazione e storia dai tratti universali sulla ricerca di sé. Utilizzare il periodo dell’adolescenza, riconoscibile e fondamentale per la costruzione di sé, è sicuramente una scelta vincente, ma definire la serie tv un teen drama sarebbe riduttivo. “We Are Who We Are” parla di crescita, identità, connessioni umane e libertà. Libertà in una base militare, dove sembra esserci tutto ciò di cui si ha bisogno nell’arco di pochi metri, che forse sono davvero troppo pochi. Vicino a una spiaggia e a un mare che regalano quel senso di infinito e non quantificabile di un paesaggio senza misure.

Fraser, timido e introverso, silenzioso e misterioso, sospeso tra rabbia e ingenuità, sembra vedere in Caitilin qualcosa che può capire, oltre a una folgorazione, simbolo di una sintonia esclusiva verso un’interiorità che sembra conoscere. Fraser ha lasciato qualcosa a New York, incarnato in una valigia persa in aeroporto, una valigia che contiene le sue cose. Nella città statunitense Fraser ha infatti lasciato la sua vita e il suo mondo. Anche a Caitilin manca qualcosa, stretta nella morsa di un fratello che la attacca, un fidanzato che non la capisce e un padre a cui sente di poter dire tutto, ma al quale vuole sempre dimostrare di essere all’altezza.

“We Are Who We Are” padroni di un’altra vita

We Are Who We Are

“We Are Who We Are” rappresenta due giovanissimi che ancora non sanno chi sono, né se lo chiedono, sentono di star cambiando, di star costruendo la propria identità, nella confusione di chi si é e chi si vuole essere, tra essere se stessi e filtrare ogni comportamento ed emozione. Nè Fraser né Caitilin sono ben definiti, perché sono pronti a scoprirlo accompagnando lo spettatore nel viaggio della loro crescita, del loro cambiamento e della conoscenza di sé. Momenti della vita che si concentrano maggiormente nell’adolescenza, ma che si continuano a provare nel corso degli anni, perché non si smette mai di crescere.

Dal cast internazionale, “We Are Who We Are” è la nuova serie dal sapore italiano che si aspettava. Ambientata in un luogo mai esplorato così da vicino, dove vivono moglie e figli di militari, votati alla disciplina e al rispetto, dove è tutto estremamente vicino, estremamente lontano e unico. Una scuola, un cinema, un teatro, un supermercato, un fast food, una piscina, un campo da gioco. Non c’è spazio per altro. Abituati a tutto questo, i più giovani sono costretti a viaggiare, a passare due anni in un luogo, tre in un altro e dieci in un altro ancora. “Il contatto umano riduce l’aggressività”, dice Sarah quando le vengono presentate le attività di svago e divertimento della base. Un’aggressività data dall’oppressione che vive nell’aria di quel posto dove ogni giorno è uguale a se stesso.

Un non luogo che è ovunque

We Are Who We Are

Guadagnino non guarda però a quel mondo con eccessiva negatività, lo presente nella sua rarità e incomprensione esterna: un microcosmo protetto, sicuro, delimitato, dove tutto ha un inizio e una fine. Fraser ha quello sguardo nuovo e diverso, al quale non interessa alcuna apparenza né conformazione. Ancora troppo giovane per capire quanto il suo modo di vivere sia unico e importante. Tradito dalla frustrazione e l’odio che cova verso un qualcosa che si scoprirà. Perché sono tante le domande della serie, ma per ognuna si prospetta una risposta, indecifrabile e probabilmente inaspettata.

Con una colonna sonora che va dal r’n’b al rock puro, attraverso un minimalismo pianistico e synth, e che rappresenta tutte quelle sensazioni travolgenti e opposte che si sentono durante l’adolescenza. Una musica fatta di contrasti, che gioca sulle spensieratezza euforica dell’adolescenza e l’apatia depressiva del giorno successivo. Una regia che utilizza campi lunghi nel mostrare gli abitanti della base nella loro piccola folla di persone, e primi piani sui più giovani, su coloro che vivono una doppia sospensione. Con lenti carrelli che rappresentano spesso l’uscita da quel mondo, inesorabile momento diverso della giornata.

Ora che trama a personaggi hanno posto le basi di “We Are Who We Are” non resta altro che vedere cosa riserverà una serie che parte alzando le aspettative, già molto elevate, dalla prima inquadratura.

Giorgia Terranova

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