Ville-Marie – Recensione

• Regia: Guy Edoin
• Cast: Monica Bellucci, Pascale Bussieres, Aliocha Schneider, Patrick Hivon, Louis Champagne, Frédéric Gilles, Stéphanie Labbé, Marie-Evelyne Lessard, Sandrine Bisson
• Genere: Drammatico
• Durata: 101 minuti
• Produzione: Canada, 2015

“Ville-Marie”: l’elaborazione del lutto in una narrazione priva di profondità

ville-marieIl nucleo tematico del film, congiunzione tra la maternità frustrata e l’irrimediabile solitudine esistenziale, viene declinato da Guy Edoin nei macchinosi ingranaggi di un minimalismo narrativo che risulta nel complesso inefficace: “Ville-Marie” è un ordigno disinnescato, un dramma depotenziato.

La fotografia scura accompagna un quadrilatero di personaggi in interazione, scindibili in due blocchi e forzatamente accomunati da un grave incidente: da un lato ci sono un’attrice in crisi di identità e il figlio che vuole a tutti i costi conoscere l’identità del padre, a costo di tagliare ogni ponte; dall’altro lato una donna silenziosa e solitaria, caporeparto in un ospedale, e un infermiere di ambulanza, anch’egli in preda a un complesso individuale irrisolto.
Le due distinte relazioni finiscono per intrecciarsi nel momento in cui l’ambulanza investe il ragazzo, in fuga dalla madre dopo l’ennesimo rifiuto di svelargli il segreto del riconoscimento paterno. Quello che dovrebbe essere il crocevia fondamentale della narrazione finisce però per manifestarsi come un punto di implosione: le conseguenze del contatto forzato e la convalescenza del giovane, che dovrebbero elevare il grado della rappresentazione e in qualche modo raccogliere i semi della riflessione proposta, finiscono per deragliare in una trattazione confusa e superficiale, senza prospettiva.

Lo scenario e i comportamenti dei personaggi trasmettono un senso costante di elaborazione del lutto, a tutti i livelli: una pratica che resta però esclusivamente cerimoniale, mai scandagliata in profondità; la lacuna aperta dalla debolezza strutturale della narrazione non viene in alcun modo colmata dalla scrittura, statica e cristallizzata.

“Ville-Marie”: una complessità fittizia

Dei due blocchi relazionali che caratterizzano il film, almeno fino alla svolta narrativa dell’incidente, il più rilevante e approfondito è certamente quello che si svolge tra ospedale e ambulanza: nel rapporto tra i due infermieri emerge con nitidezza uno stato di incomunicabilità apparentemente invalicabile, pur nelle buone intenzioni che i due profondono; il risultato ottenuto nella rappresentazione dei reciproci tentativi di apertura è però vanificato dalla scarsa penetrazione nella natura dei conflitti interiori – il distacco dal figlio per la donna, l’isolamento sociale per l’uomo – che sono accennati e subito messi in disparte: là dove la narrazione minimale dovrebbe estendersi e aggredire i personaggi rimane invece ferma in posizione, come un timido voyeur capitato lì per caso.

Monica Bellucci, nei panni dell’attrice in crisi di identità, è statuaria e un po’ affettata: la sua limitata gamma espressiva finisce per irrigidire ancor di più il personaggio, tra le scene girate sul set che dovrebbero aprire una finestra sul suo passato traumatico – segnato da una violenza sessuale e dallo sfioramento di un aborto volontario – e l’approfondimento della relazione con il figlio che resta sempre ai nastri di partenza, senza un principio di evoluzione né un mutamento negli argomenti. Anche la parte del giovane, del resto, è tagliata con l’accetta: omosessuale non dichiarato, come si evince da un paio di scene prive di conseguenze, sembra preso esclusivamente dall’adorazione del feticcio paterno; ma ciò non implica una stratificazione del personaggio, e la giustificazione del suo modo di agire è di fatto equiparabile al tentativo di soddisfacimento di un capriccio.

La regia è elegante, pulita, in continua variazione tra inquadrature geometriche che ben delimitano gli spazi e primissimi piani che riescono a mantenere un certo grado di discrezione. C’è un contrasto netto tra il cromatismo accentuato delle scene che l’attrice gira sul set – rivivendo in forma fittizia il proprio passato – e il chiaroscuro opprimente diffuso nell’ambiente ospedaliero e negli esterni: un contrasto che rimane puramente estetico, in un esercizio fallito di narrazione psicologica.

Marco Donati

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