The Confessions of Thomas Quick – Recensione
  • Regia: Brian Hill
  • Genere: Documentario
  • Durata: 94 minuti
  • Produzione: Gran Bretagna, 2015

“The Confessions of Thomas Quick”: le radici del mostro autogenerato

The_Confessions_of_Thomas_QuickLa vicenda di Sture Bergwall, alias Thomas Quick, ha rappresentato il più grande bluff della storia criminale: in questa prospettiva Brian Hill muove la sua argomentazione, basandosi sull’evidenza dell’indagine condotta dal giornalista Hannes Rastam che ha rivelato, in un documentario televisivo del 2008, come l’apparato giudiziario costruito attorno al caso fosse una montatura di proporzioni mastodontiche; in quell’occasione Bergwall ha avuto modo di ritrattare la lunga serie di confessioni che l’aveva spinto ad assumersi la responsabilità di una sterminata serie di brutali omicidi perpetrati tra Svezia, Norvegia e Finlandia.

Nel marzo 2014 Thomas Quick è stato rimesso in libertà, dopo più di un ventennio di confino nell’istituto psichiatrico svedese Saeter. Quali sono le ragioni alla base delle confessioni fittizie che l’hanno marchiato indelebilmente come un mostro? Il documentario addebita il folle gesto, ripetuto e arricchito per più di venti anni, a tre fattori principali: il primo strettamente individuale, connesso all’invincibile solitudine e alla necessità di assumere frequentemente droghe, che gli erano garantite in forma di medicinali durante la permanenza a Saeter; il secondo di carattere medico, in relazione alle fallimentari e tendenziose acquisizioni delle terapie psicanalitiche praticate nell’istituto, tese a mettere in risalto a ogni costo processi di rimozione alla radice dell’indole criminale e causa diretta, mediante suggestioni e suggerimenti, della costruzione del sedicente omicida; il terzo legato all’acquiescenza istituzionale, responsabilità pesante da attribuire alla polizia e alla magistratura, che hanno accettato acriticamente il responso della sperimentali e assurde diagnosi psichiatriche per risolvere nel modo più semplice una serie infinita di casi irrisolti, che con ogni probabilità resteranno tali, essendo ormai caduti in prescrizione.

“The Confessions of Thomas Quick”: il thriller nel documentario

La struttura documentaristica è fortemente basata sull’alternanza di interviste, descrizioni particolareggiate dell’evoluzione della vicenda, immagini di repertorio (fotografie e riprese delle indagini della polizia) e brevi e sporadiche ricostruzioni in forma filmica dei fatti raccontati – Thomas Quick da giovane è interpretato in questi casi da un attore, Oskar Thunberg.

Il ritmo palpitante che il racconto assume è dettato dall’adozione di una logica narrativa tendente al thriller, nettamente bipartita: prima la costruzione dell’immagine del mostro, che viene assecondata e arricchita mediante dichiarazioni studiate ad hoc e con l’accentuazione esibita degli aspetti più grotteschi ed efferati dei crimini confessati; poi la demistificazione, la ritrattazione e lo svelamento del complesso artificio sotteso alla vicenda, con una denuncia esplicita del sistema di analisi psichiatrica praticata dall’istituto svedese e della colpevole complicità della polizia nello sviluppo di questo orribile inganno.

Al di là dei pareri degli esperti, dei giornalisti, dei familiari delle vittime e di altri protagonisti direttamente coinvolti, a dominare nettamente davanti alla cinepresa è il volto del mostro redento: la sua espressione bonaria e pacifica risulta tanto stridente nella prima parte – quando gioco forza è accostata alla ricostruzione di omicidi, stupri e sventramenti – quanto rasserenante ed empaticamente ricettiva nella seconda parte, nel momento in cui emerge la reale natura della vicenda e il carnefice spietato diviene la vittima compromessa.

Pur essendo sapientemente costruito, il documentario finisce per perdere qualcosa nell’applicazione di questo impianto da thriller: se la trattazione risulta comunque sincera ed esaustiva, la conoscenza pubblica della vicenda implica nella scelta di questa strategia una certa dose di artificio retorico di cui si sarebbe potuto fare a meno.

Marco Donati

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