Freeheld: Amore, giustizia, uguaglianza – Recensione
  • Titolo originale: Freeheld
  • Regia: Peter Sollett
  • Cast: Julianne Moore, Ellen Page, Michael Shannon, Steve Carell, Zach Galifianakis
  • Genere: Commedia drammatica
  • Durata: 103 minuti
  • Produzione: USA 2015
  • Distribuzione: Videa
  • Data di uscita: 5 novembre 2015

“Freeheld”: la vicenda di Laurel Hester e la battaglia per la parità dei diritti

freeheldLa forza di “Freeheld” è concentrata nel contenuto veicolato, ovvero la storia vera e vissuta di Laurel Hester e Stacie Andree, che generò una mobilitazione generale nel 2005 e fu alla base di un radicale mutamento nella percezione dei diritti degli omosessuali. Ma da un punto di vista formale, strettamente cinematografico, né il regista Peter Sollett né lo sceneggiatore Ron Nyswaner riescono a valorizzare e nobilitare il racconto nella giusta misura, proponendo una prima parte romanzata piuttosto lenta e superficiale per poi ripiegare nella seconda parte, quella relativa alla rivendicazione di massa, verso lo svolgimento di un compito ordinato e servile rispetto alla necessità di far passare il messaggio proposto.

La vicenda storica, che qui è davvero l’unico aspetto ad avere rilevanza, riguarda una poliziotta del New Jersey e il suo rapporto amoroso con una donna più giovane, con la quale convive regolarmente. La diagnosi di un cancro terminale spinge Laurel a chiedere che i benefici pensionistici vengano passati alla sua compagna di vita; ma tale procedimento è legalmente possibile solo per le coppie eterosessuali regolarmente sposate. Alla battaglia di Laurel si uniscono da subito il suo partner lavorativo e un attivista per l’approvazione dei matrimoni gay, ma la faccenda assume progressivamente dimensioni tanto significative da costringere i “freeholders”, detentori della carica governativa nel New Jersey e in larga parte conservatori incalliti, ad assecondare la richiesta, costituendo così un precedente legale di impatto rivoluzionario.

“Freeheld”: una cattiva scrittura al servizio di un contenuto importante, ma ormai inflazionato

Lo scorso 26 giugno la Corte Suprema degli Stati Uniti ha compiuto un passo storico, riconoscendo anche agli americani omosessuali il diritto di contrarre matrimonio legale: il film esce con un tempismo perfetto per offrirsi come riferimento artistico della celebrazione, cavalcando l’onda del vincente entusiasmo.

Julianne Moore, nella difficile parte di Laurel Hester, accetta di mettersi in gioco: la sua interpretazione è appassionata e convincente nel momento in cui il dramma assume una sua consistenza, quando il cancro è in fase molto avanzata – il che implica la perdita totale dei capelli e uno stato di avanzato deperimento fisico; nella prima parte, al contrario, risulta inespressiva e priva di mordente, quasi in forma di adeguamento alla sciatteria della sceneggiatura e della qualità recitativa della sua compagna, una Ellen Page debole e forzata che riesce ad ottenere il non certo facile risultato di appiattire ancor di più la scrittura, già piuttosto fiacca e frettolosa.

A risollevare la limitata riuscita artistica del film non vale neanche l’istrionica prestazione di Steve Carell nei panni dell’attivista omosessuale che prende a cuore la sorte di Laurel Hester e tenta di congiungerla con la propria battaglia per il matrimonio – nonostante la discordanza di base: la protagonista afferma a più riprese, nel corso del film, di volere la parità dei diritti e di non interessarsi alla questione del matrimonio. La sua esuberanza è comunque alla base di alcuni momenti comici piuttosto riusciti, nonostante il loro isolamento nel contesto narrativo.

Marco Donati

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