Campo Grande – Recensione

  • Regia: Sandra Kogut
  • Cast: Carla Ribas, Julia Bernat, Ygor Manoel, Rayane do Amaral, Mary de Paula
  • Genere: Drammatico
  • Durata: 108 minuti
  • Produzione: Brasile, Francia 2015

 

“Campo Grande”: un film deludente e superficiale, un’occasione sprecata

campo grande

L’idea iniziale sembra essere buona: Ygor, di otto anni, e la sorellina Rayane, di soli sei anni sono due bambini di bassa estrazione sociale che vengono abbandonati dalla madre davanti alla casa di una donna benestante, Regina, nell’esclusiva zona di Ipanema a Rio de Janeiro.

Regina però attraversa un periodo difficile, reduce da una recente separazione deve lasciare il bell’appartamento in cui viveva da anni e deve persino accettare che la figlia preferisca vivere col padre. Ci si aspetterebbe che l’arrivo dei due bambini possa in qualche modo turbare, se non addirittura stravolgere, la vita della donna, eppure questo non sembra essere così scontato.

Peccato che l’unico turbamento lo provi lo spettatore negli interminabili 108 minuti in cui non si racconta nulla, se non banalità e luoghi comuni. Assistiamo ad una carrellata di immagini e dialoghi privi di mordente e che non danno fluidità al narrato, che, anzi, appare un dipanarsi disarmonico degli eventi, privo di pathos.

“Campo Grande”: abbandono, separazione, degrado urbano, confronto tra realtà sociali agli antipodi, tanti temi purtroppo mal amalgamati

Per tutta la durata del film, assistiamo alla comprensibile perplessità iniziale di Regina, alle scaramucce tra fratelli, all’ovvio contatto coi servizi sociali e alla banale fuga dall’orfanotrofio che porta Regina a cercare personalmente la famiglia dei bambini a Campo Grande – da qui il titolo del film – e non mancano neppure i regali costosi che Regina acquista con Ygor.

E mentre ci annoiamo a morte, dovremmo ritenere interessanti le immagini di una Rio devastata dai lavori urbani, metafora filosofica della città che muta per sempre, e dovremmo ritenere poetiche le inquadrature di Regina in mutande che guarda dalla finestra.

La regista ci perdoni ma questo non è buon cinema, non basta inserire nel racconto la casa di Regina sempre più povera di mobili e ricca di scatoloni per comunicare il dolore di una separazione, tanto quanto non è credibile che dei bambini abbandonati dalla propria madre, seppure lei abbia promesso di tornare a prenderli, non versino copiose lacrime per la disperazione.

Fare cinema è un’arte e non basta un’idea per fare un bel film, occorrono tanti ingredienti; peccato per la Ribas, la sua interpretazione è l’unica cosa da salvare, ma da sola non basta a reggere un’impalcatura così fragile.

Maria Grazia Bosu

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