Small Axe – Episodio 1 -Recensione

Small Axe: il razzismo nella Londra del 1980

Small Axe

“Small Axe” è una serie tv Amazon Prime Video, creata da Steve McQueen, regista di “Hunger”, “Shame” e “12 anni schiavo”.

Composta da 5 episodi che si potrebbero definire dei film, sia per la durata che per la complessità della storia raccontata, “Small Axe” si concentra sulla comunità caraibica a Londra dal 1968 al 1982. La lotta al razzismo è il tema portante che accomuna le storie, ognuna diversa e slegata dall’altra, andando così a comporre una serie antologica.

Presentata alla 15ª Festa del Cinema di Roma, la prima puntata, “Red, White and Blue” è ambientata nella capitale del Regno Unito nei primi anni ’80. Leroy Logan (John Boyega), nonostante la disapprovazione dei genitori, in particolare del padre che è stato spesso maltrattato dalla polizia, decide di arruolarsi e vestire l’uniforme per cambiare un sistema ingiusto e razzista. Lui stesso è costretto a scontrarsi più volte con le battute e gli insulti dei suoi colleghi, che non lo riconoscono. Ma non solo: lo mettono in pericolo e lo lasciano solo durante alcune azioni, come un inseguimento. Sembrano non avere neanche il coraggio di ammettere le loro colpe e i loro pregiudizi, facendo molto spesso finta di nulla.

Viene trattata una tematica, purtroppo ancora attuale, che trova le sue radici in molte forme diverse e viene qui analizzata nella periferia londinese, prendendo ispirazione da storie realmente accadute. Il poliziotto  si scontra sia con le persone della sua comunità che lo definiscono un traditore, chiamandolo con l’appellativo di “finto bianco” che con i suoi colleghi, che lo allontanano, deridono e ostacolano in qualsiasi modo. Leroy non cerca l’amicizia, l’appoggio o il rispetto dei suoi compagni, sa che forse è troppo presto per pretendere quello che comunque è un suo diritto. Sa che la sua vita lì non sarebbe stata facile.

Quello che trasmette la storia di questo personaggio è anche semplicemente il desiderio della dedizione al proprio lavoro e cioè del rispondere se ce ne è bisogno, del presentarsi senza alcuna differenza per svolgere il proprio lavoro, che spesso è un’ambizione e una vocazione. Questo chiede Leroy agli altri agenti.

L’assurda intolleranza generale

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Il razzismo di “Red, White and Blue” non è solo nei confronti delle persone di colore, ma anche verso gli asiatici e verso chiunque non parli la lingua e per questo non definibile un inglese. I poliziotti che prendono di mira Leroy cercano sempre di non esagerare, per non dover affrontare realmente la loro ideologia di discriminazione e profonda intolleranza; non rispondono, non comunicano, sfoderano solo il loro disinteresse e un odio radicato nell’animo e forse diventato ormai una legge interiore. Incompreso da entrambe le parti, Leroy prova sulla sua pelle quello che dovrà passare, aumentando la personale importanza di non mollare. Perché da qualche parte bisogna pur iniziare.

In un processo contro due agenti che hanno aggredito il padre, quegli stessi agenti che un giorno potrebbero diventare i suoi superiori e colleghi, Leroy si trova diviso, forte della sua integrità morale e del tentativo di voler cambiare le cose.

Il protagonista è imprigionato in un mondo dove non basta neanche essere il migliore agente per essere riconosciuto, e dove la comprensione e il supporto non vengono né dall’alto né dagli stessi gradi, ma solo da chi è vittima del medesimo trattamento.

Un’ambientazione funzionale

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Red, White and Blue” è la storia di una vita passata troppo spesso nella paura di un qualcosa che Leroy è abituato a vedere sin da bambino, al quale cerca di non reagire, perché crede che non sia quella la vera risposta. Sa che è l’intero sistema a non funzionare.

Quella descritta nell’episodio è una Londra grigia e fredda, che appare tutt’altro che accogliente, dove ci si muove nei vicoli della periferia composta da casette a schiera, e dove vive la comunità giamaicana. I personaggi della storia non si fideranno mai della polizia, nella concezione che è divisa a definire la personalità e la psicologia di un essere umano.

Con una regia che con sguardo attento e mano sicura definisce gli ambienti rappresentandoli da vicino, nel loro senso comune e singolarmente, “Small Axe” è una serie che con un filo conduttore d’impatto e sul quale bisogna sempre riflettere.

La prima puntata si presenta come un ottimo prodotto che parte lineare e posato, e che non deluderà le aspettative. Particolare e degna di nota è anche la fotografia caratterizzata da colori spenti e freddi, come spento, freddo, sotterrato e dimenticato è il senso di giustizia, tolleranza e uguaglianza, e dove anche contare sulle stesse opportunità, è difficile e frustrante, oltre a non dare nessuna garanzia.

Giorgia Terranova

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