La guerra è finita – Recensione e Spoiler Episodio 1

La guerra è finita – Recensione: uno sguardo nuovo

La guerra è finita serie

In occasione del Giorno della Memoria la Rai ha deciso di presentare in prima serata la miniserie “La guerra è finita”. Si tratta di una scelta importante, basata su una scommessa che il regista Michele Soavi ha tutte le carte in regola per vincere.

Quando si pensa a opere che hanno a che fare con i campi di concentramento, si tende quasi a dare per scontato che la materia in esame ponga il focus direttamente sui fatti, senza azzardare variazioni. Come si intuisce dal titolo, invece, “La guerra è finita” decide sin da subito di non arrogarsi tale diritto.

La vicenda inizia il 27 aprile 1945, in un’Italia messa in ginocchio dalla guerra civile appena finita, che ancora cerca di trascinarsi avanti con strascichi fascisti, e gettata nel caos più totale. Le sequenze iniziali stabiliscono con precisione e dinamismo questo caos, che si esprime nella corsa disperata di un ex-soldato in fuga dall’esecuzione, nella pioggia battente che incornicia il primo incontro con i bambini sopravvissuti ai lager, negli ambienti angusti e disordinati del centro di accoglienza.

I semi per future situazioni conflittuali sono presenti sin dall’inizio, ma ciò che interessa a questa serie è un percorso di rinascita volto, come una bussola, verso il futuro di una generazione stroncata da avvenimenti orribili. I campi sono un ricordo presente, perché non possono non esserlo, ma il lato profondamente innovativo di “La guerra è finita” è la voglia di lasciare i propri personaggi liberi di crescere e guarire.

La guerra è finita: una grande attenzione alla sensibilità

La guerra è finita Riondino

Allo stesso tempo, stupisce il tatto con cui Soavi e lo sceneggiatore Sandro Petraglia riescono a rievocare l’orrore esistenziale dei campi, senza indugiare in una posizione voyeuristica del trauma, ma utilizzando invece inquadrature stranianti, brevi flashbacks che sembrano spiragli aperti su un mondo inenarrabile.

Si sente l’impronta indelebile dei fatti reali che hanno ispirato la miniserie, ovvero la comunità di bambini ebrei scampati ai lager che fu ospitata a Selvino, nel bergamasco, durante l’immediato dopoguerra. “La guerra è finita” nomina sin da subito il kibbutz, un rifugio nel deserto dove i frutti della terra vengono condivisi tra tutti, ed è questo concetto appartenente alla cultura ebraica a dare forma al gruppo di adulti, ragazzi e bambini protagonisti della storia.

All’interno di un grande casolare abbandonato, giovani vittime della Shoah hanno la possibilità di riprendersi e di capire che la loro vita può e deve andare avanti. Il tema della rinascita va di pari passo con quello della rimembranza attraverso una tensione narrativa tra il dolore dei ragazzi e la determinazione di Giulia, psicologa cresciuta lontana dalla guerra.

Giulia è l’emblema del personaggio outsider: è impreparata, ingenua e a volte sin troppo curiosa rispetto alle ferite altrui. I suoi tentativi di aiutare all’inizio sono goffi e si scontrano con l’impenetrabile muro che c’è tra lei e chi gli orrori li ha subiti sulla propria pelle. Allo stesso tempo, però, c’è una dignità nella sua perseveranza che la eleva non a banale figura salvifica (cosa che risulterebbe stucchevole e di cattivo gusto), ma a ciò che “La guerra è finita” vorrebbe che fossero tutti, qualcuno in grado di ascoltare.

Gaia Sicolo

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