Judy: dimenticare Renée Zellweger per la Garland

Era un stella molto particolare nel firmamento di Hollywood Judy Garland, una stella a intermittenza, e Renée Zellweger ce l’ha restituita con grande sincerità, mostrando l’ombra e la luce che l’hanno caratterizzata e la fragilità di una donna spezzata dallo Star System.

Judy: un biopic che spezza il cuore

Judy film

Si esce con il cuore spezzato dalla visione di “Judy“. Per chi non conosce la vicenda di questa grande star, schiacciata dall’industria cinematografica hollywoodiana e derubata della propria infanzia, questo biopic, delicato e capace di evitare il melodramma nel quale si potrebbe inciampare facilmente con una storia del genere, potrà semplicemente apparire come il racconto di una donna, una donna come tante, con un dolore grande e nessuno strumento per poterlo affrontare. La forza della pellicola risiede proprio in questo: nella capacità di rendere universale una vicenda che potrebbe apparire straordinaria, ma che nasconde la disarmante solitudine che qualsiasi essere umano può provare quando si subisce l’esistenza invece di viverla.

Nel corso della narrazione, come spesso accade per i biopic, diversi flashback raccontano gli eventi del passato. Goold si sofferma sul periodo delle riprese del film “Il mago di Oz” diretto da Victor Fleming nel 1939, lo stesso anno in cui il regista stava realizzando la pietra miliare dal titolo “Via col vento”. La ragazzina, che doveva anticipare di due mesi il suo compleanno, con tanto di festa finta per i suoi fan e non per lei, per non osteggiare il corso delle riprese si oppone con un’unica digressione al terribile Louis B. Mayer, lo stesso che la costringe ad assumere consistenti dosi di farmaci, dai quali rimarrà dipendente per tutta la vita. Un momento magico della pellicola, in cui Judy dimentica la paura del peso, la stanchezza, i denti storti e le caviglie grosse, con un tuffo liberatorio in una vasca piena di acqua fredda.

Renée Zellweger verso l’Oscar

Renée Zellweger offre la sua miglior interpretazione di sempre. Guardando il film ci si dimentica di lei, rimane il ritratto autentico di una donna schiacciata dallo Star System. Il processo di trasformazione dell’attrice, non solo esteriore, che interpreta un’altra attrice è incredibile soprattutto laddove escono fuori le fragilità, rappresentate con onestà senza tralasciare la bruttezza del gesto goffo, della caduta, della voce impastata di una donna irritante quanto ammaliante.

Attraverso “Judy” il regista Rupert Goold ci racconta la fine dell’arcobaleno (“End of the Rainbow” è il dramma teatrale da cui è tratto il film) di una diseredata, alcolizzata, cirrotica, drogata dalla cui parte è difficile stare, ma lo fa svelando un passato che sostituisce ai lustrini dell’apparenza il fango della realtà.

Judy Garland vuole tornare a essere Frances Ethel Gumm, si sente dalla parte dei diversi che la società non capisce e non accetta. L’ultimo periodo della sua carriera a Londra è quello che la pellicola prende in esame, Judy si avvia verso la fine prematura, a soli 47 anni, e attraversa il suo calvario vivendo la fallimentare impresa di rilanciare la sua immagine e essere degna di riprendersi i suoi figli.

Gli occhi semichiusi, il passo sgraziato, ma anche il carisma, la grande presenza scenica, la voce, la danza e tutto quel poco – ma sempre tanto – che rimaneva nel periodo londinese di questo personaggio eccessivo e incontenibile è ciò che rende Renée Zellweger memorabile come interprete, proprio perchè guardando “Judy” ci si dimentica di lei.

Andrea Racca

30/01/2020

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