Legend – Lo storico risvolto criminale della ‘swinging London’

Legend: Brian Helgeland ci presenta lo storico risvolto criminale della ‘swinging London’

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Marcato da un’impronta autoriale piuttosto nitida, “Legend” si propone come un gangster movie peculiare, facendo leva su elementi canonici dell’iconografia di genere e al tempo stesso forzando la rappresentazione su diversi registri espressivi, dal comico (tendente al grottesco) fino al drammatico sentimentale.

In “Legend” la ‘swinging London’ dei brillanti anni Sessanta è restituita nello spirito e nelle dinamiche, ma è la prospettiva a essere rinnovata: la voce narrante è quella di Frances Shea (Emily Browning), fidanzata e poi moglie del gangster Reggie Kray, a capo della più temuta e aggressiva banda criminale dell’East End insieme al gemello Ron Kray.
Attraverso la voce e lo sguardo di Frances entriamo in contatto con le personalità forti e disturbate dei due gemelli del crimine, la cui interpretazione è affidata – con brillante intuizione – al fenomenale Tom Hardy: due caratteri diversi, accomunati da un legame viscerale e forse, in ultima istanza, da una tendenza inarrestabile verso l’autodistruzione, una tendenza che però si manifesta attraverso forme e comportamenti anche reciprocamente conflittuali; una tensione sempre palpabile, che trova modo di esplodere in diversi frangenti, e alimentata a dismisura dalla presenza ‘estranea’ di Frances, che tenta di condurre Reggie verso la strada della redenzione senza considerare lo sdoppiamento intrinseco nella personalità del suo compagno: a un certo punto del film, quando la china discendente è già stata intrapresa e la banda è in crisi profonda per i diversi turbamenti dei boss, Reggie uccide con violenza esagerata quello che considera un traditore interno; alla domanda di Ron: “Perché l’hai fatto?”, risponde a muso duro e con una frase lapidaria che potrebbe essere considerata paradigmatica del tipo di rapporto che a un certo punto viene a consumarsi tra i due: “Perché non posso uccidere te, Ron. Perché non posso uccidere te.”

Il ritratto artistico che Helgeland propone dei gemelli Kray in “Legend” è al tempo stesso conflittuale e complementare, di forte spessore umano, nonostante la chiara stilizzazione della scrittura che tende a giocare con il genere gangsteristico per decostruirlo e ricomporlo senza soluzione di continuità. Le differenze attitudinali dei due protagonisti fanno da centro propulsore per l’evoluzione della vicenda: da una parte Reggie, il boss all’americana, ben voluto dalla gente (come a un certo punto lamenta Nipper, l’ispettore di Scotland Yard che tenta in ogni modo di incastrare la banda criminale) e proprietario riconosciuto di locali alla moda, capace di tenere il business e di crearsi un’immagine al tempo stesso pulita e intimidatoria; dall’altra parte Ron, affetto da attacchi di schizofrenia, tendenzialmente misantropo e in costante rottura con l’ambiente circostante: rientrano in questo campo di interferenze gli aspetti provocatoriamente esibiti della sua socialità, come il linguaggio dal turpiloquio ossessivo, l’omosessualità sbandierata ai quattro venti e la violenza sempre pronta a prevalere sulla razionalità temporeggiante.

Legend: una storia vera, breve ma intensa

I gemelli Kray hanno realmente segnato la storia di Londra, anche se per un periodo breve, tra la fine degli anni Cinquanta e il 1966, anno in cui Nipper riuscì ad incastrarli e a farli processare. Reggie è morto nel 2000 a causa di un tumore, pochi mesi dopo essere stato rilasciato sulla parola per buona condotta. Ron, dichiarato insano di mente, è morto per infarto nel 1995 nell’istituto psichiatrico di Broadmoor.

La brevità della loro parabola criminale non li ha confinati nel dimenticatoio, tutt’altro: ha contribuito ad alimentare una sorta di leggenda urbana, fatta di aneddoti e racconti per la maggior parte distorti e mitizzanti. Helgeland ha raccontato delle difficoltà di ricostruzione storica, e un esempio calzante è dato dalla risposta che gli diede un membro dell’entourage di Jimmy Page e Robert Plant durante la lavorazione di un film sui Led Zeppelin, nel 1998, a proposito di un dito mancante: “Mi raccontò che gli era stato tagliato dai fratelli Kray. In seguito, come spesso succede rispetto alle storie che riguardano i Kray, ho scoperto che era una bugia o, per usare un eufemismo, una storia non vera, che gli piaceva raccontare”.
La svolta, per Helgeland, è stata la scoperta del ruolo svolto da Frances Shea nel crollo del piccolo impero criminale: il suo suicidio, infatti, risultò devastante per la psiche di Reggie, che smise di occuparsi degli affari. Lasciato nelle mani turbolente di Ron, il business era destinato a collassare nel volgere di breve tempo, in un’escalation di violenza ingiustificata che portò allo smembramento della banda e alle prime soffiate significative verso le orecchie ricettive di Scotland Yard.

Riadattato in una struttura drammaturgica eclettica e con l’aggiunta della voce narrante di Frances, tramite necessario tra lo spettatore e le personalità deviate dei gemelli, “Legend” si propone di attenersi ai fatti storici, al netto delle forzature espressive dettate da una rappresentazione cinematografica così stilizzata. L’ascesa criminale, con le prime estorsioni, la gestione dei night club, la rivalità sanguinaria con il clan dei Richardson, la collaborazione con la mafia italo-americana per il riciclo di denaro proveniente dai locali di Las Vegas, le uccisioni a sangue freddo: tutto storicamente attestato, tutto declinato in un particolare esercizio di gangster movie che finisce per assegnare un’investitura cinematografica a una vicenda che, nell’arco di circa cinquant’anni, ha avuto modo di cristallizzarsi nell’aura informe e contraddittoria della leggenda popolare londinese.

Marco Donati

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