Un gatto a Parigi – Recensione

Un gatto a Parigi – Recensione

Un sofisticato e affascinante film d’animazione adatto a tutte le età

(Un vie de cat) Regia: Jean-Loup, Alain Gagnol – Cast: Dominique Blanc, Bernadette Lafont, Bruno Salomone, Jean Benguigui, Oriane Zani, Bernard Bouillon, Jacques Ramade, Jean-Pierre Yvars, Patrick Ridremont, Patrick Descamps – Genere: Animazione, colore, 65 minuti – Produzione: Francia, 2010 – Distribuzione: PFA Films – Data di uscita: 18 dicembre 2014.

un-gatto-a-parigiCon “Un gatto a Parigi” Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol, entrambi parte del prestigioso studio Folimage, dopo quindici anni di cortometraggi ed esercizi in un polar espressionista, approdano al lungometraggio animato, uscendo dalla ripetitività grafica del cinema d’animazione e intrecciando magistralmente tensione e comicità.

Il fil rouge della storia è Dino, un gatto dalla doppia vita, che di giorno vive con la piccola Zoe e sua madre Jeanne, capitano di polizia, e di notte salta da un tetto all’altro di Parigi con Nico, un abile ladro dal cuore d’oro. Il padre di Zoe, poliziotto come la moglie, è stato ucciso dallo spietato criminale Victor Costa e da quel momento in poi la piccola ha smesso di parlare. Jeanne è completamente assorbita dal lavoro e dedica poco tempo alla figlia, presa com’è dall’organizzare la sorveglianza del Colosso di Nairobi, una preziosa statua bramata da Victor Costa. Al ritorno dalle sue passeggiate notturne, Dino porta a Zoe dei doni e un mattino le porta un braccialetto che viene riconosciuto da Lucas, assistente di Jeanne, come pezzo del bottino di una rapina. Una notte Zoe decide di seguire il suo gatto, si imbatte così nella gang di Victor Costa e scopre che la sua baby sitter, Claudine, fa inaspettatamente parte della banda.

“Un gatto a Parigi” si colloca totalmente al di fuori dai consueti canoni grafici spettacolari dei film d’animazione, presentandosi visivamente come un elegante e raffinato dipinto: la grafica sofisticata e accattivante, che richiama vagamente lo stile cubista, è estremamente accurata; la falsa prospettiva, l’uso irreale dei colori, la mancanza di profondità delle scene, la fluidità dei personaggi interamente disegnati a mano, che agilmente saltano da un tetto all’altro nella seducente notte parigina, sono un degno palcoscenico dell’inconfondibile genere noir.

La scelta dei brani musicali segue il filo delle ricercatezza, con “I wished on the moon” di Billie Holiday in apertura e le musiche di Serge Besset.

La trama, apparentemente semplice e leggera, a ben guardare offre invece molti spunti di riflessione, mettendo in rilievo il lato umano dei personaggi e alcune problematiche che nella società attuale sono ben ricorrenti: il difficile ruolo di genitore, con la madre Jeanne risucchiata dal lavoro e preda di un latente senso di colpa nei confronti di Zoe, cui riesce a dedicare pochissimo tempo, presa com’è dal dovere e dalla sete di giustizia; la piccola che reagisce al trauma per la perdita del padre trincerandosi dietro un impenetrabile silenzio.

Non mancano i riferimenti alla cinematografia americana, come l’ambientazione notturna e la suspance hitchcockiana sui tetti della cattedrale di Notre Dame e il richiamo a “Le Iene” di Tarantino con i nomi strambi dati alla gang del cattivo.

Valentina Ruocco

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