Io sono leggenda: la speranza dopo l’epidemia

“Io sono leggenda”, romanzo di Richard Matheson del 1954, è stato nel corso del tempo adattato per il cinema ben tre volte, dimostrando l’immortalità di una storia horror fantascientifica, che pone alla base della narrazione una spaventosa decimazione della popolazione in seguito a una pandemia generata da un agente patogeno geneticamente modificato.

Le metamorfosi di “Io sono leggenda”

luomodellaterra1L’horror è cinema di genere e sottogeneri e nei suoi sottogeneri fioriscono, talvolta, narrazioni ricorrenti che attraversano i decenni e parlano della stessa storia a generazioni diverse, in modi diversi. La vicenda di “Io sono leggenda” (1954) è tra queste. Se ne può capire l’attrazione: se il Conte Dracula aveva sedotto il pubblico degli anni Trenta, successivamente, ai tempi del terrore atomico, era giunto il turno della sua controparte Robert Neville.

Rimasto immune da una pandemia che ha trasformato tutti gli altri in vampiri, Neville cerca disperatamente una soluzione per il pianeta e se stesso, barricandosi di notte nella propria casa e giustiziando i mostri addormentati durante il giorno. È convinto di essere l’ultimo sopravvissuto, finché un giorno questa sua certezza comincia a vacillare. E se tra i vampiri che ha ucciso ci fossero stati altri immuni?

Stesso personaggio, diverse sfaccettature: Price, Heston, Smith

1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra Io sono Leggenda

1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra

Del 1964 è il primo adattamento diretto dell’opera di Matheson, “L’ultimo uomo della terra“, per la regia di Ubaldo Ragona (o Sidney Salkow, nella versione americana) e con Vincent Price nel ruolo di protagonista, ribattezzato “Morgan”. La fotografia di Franco Delli Colli ci restituisce ancora oggi l’immagine di una Roma surreale, deserta, con le strade dell’EUR abbandonate: uno scenario apocalittico che dovette colpire il pubblico dell’epoca, e nel quale la recitazione enfatica di Price risalta come un urlo di terrore nell’incubo dello sterminio di massa.

Spiazzando il pubblico con la scelta degli esterni, Ragona inaugurò una tradizione nella tradizione. Nel 1971, Boris Sagal girò in una Los Angeles post-apocalittica “1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra“, una versione molto action movie della storia di Matheson, con un Charlton Heston armato fino ai denti a interpretare la parte più militaresca del carattere di Robert.

Erano passati sette anni dal 1964, gli anni dell’escalation di Johnson in Viet Nam, e il tenore dei due film non avrebbe potuto essere più diverso: raccolto, drammatico, teatrale il Morgan di Price, e invece aggressivo, sardonico, sfacciato il Neville di Heston. Ma il pubblico doveva fronteggiare la stessa angoscia di fondo: un mondo desolato, dove le vestigia ormai insignificanti dell’umanità lasciano il posto a una silenziosa apocalisse, e alla spiritualità violenta dei sopravvissuti infetti.

Io sono leggenda

Io sono Leggenda

Infine, nel 2007, la fortunatissima pellicola di Francis Lawrence, “Io sono leggenda“, riconduce la storia di Matheson nell’alveo dell’horror codificato, con tanto di creature mostruose e jump scares, valendo a Will Smith un Saturn come Miglior Attore.

New York: l’anno della catastrofe è spostato in un futuro prossimo in cui la minaccia peggiore sono i virus di laboratorio. Il personaggio di Smith sente su di sé il peso di curare il mondo da una rovina tutta umana, e non risparmia alcun mezzo per inoculare e “salvare” i mutanti che cattura.

La domanda, infine, resta la stessa: quali sono i diritti dell’ultimo uomo della terra verso quello che ha ereditato? Neville affronta quotidianamente una città sempre più esposta alle incursioni della fauna selvatica, e preferisce la compagnia del suo cane alla ricerca di un’umanità perduta, ma forse ancora presente, tra le folle di zombi che di notte gli danno la caccia.

Woodstock e Shrek: il senso della vita secondo l’ultimo sopravvissuto

Perché il pubblico rimane così affascinato da vicende come quella di “Io sono leggenda”, così raccapriccianti, così terribili? Certamente, l’arte ha da sempre la capacità di esorcizzare le nostre paure peggiori. Ma sembra che, oltre a questo, tra le pieghe della storia si celi anche una speranza silenziosa.

In una scena di commovente dolcezza, Will Smith anticipa le battute di “Shrek” mentre lo guarda allo schermo della sua televisione, ricordando forse tempi più fausti. Ma non deve sfuggire che questa scena è una citazione nella citazione, un rimando ai primi minuti di “1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra”, quando Heston fa l’eco ad alcune delle parole pronunciate al Festival di Woodstock a Bethel nel 1969: “Se non possiamo vivere insieme ed essere felici, se dobbiamo avere paura di uscire per strada, se dobbiamo avere paura di sorridere a qualcuno, beh, allora che modo è mai questo di vivere?”.

Che sia questo il senso della vita secondo Neville, il messaggio definitivo (e quanto mai attuale) di questi film? Un invito a cercare la salvezza nella comunità, ad affrontare l’orrore delle guerre e delle malattie senza abdicare a ciò che ci rende umani? Nel dubbio, anche “Io sono leggenda” (2007) sembra suggerire che proprio a Bethel resti l’ultima speranza dell’umanità.

Lorenzo Maselli

29/04/2020

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *