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Europa: 10 film che raccontano il Vecchio Continente

Nella decima puntata della prima stagione della Serie TV “Boris“, resa nota per l’incapacità dell’attrice Corinna di pronunciare correttamente la parola “gioielliere”, il cast de “Gli occhi del Cuore” partecipa a una conferenza stampa, in cui un giornalista chiede a Stanis la Rochelle la posizione geografica del Darfur, e lui risponde: «Il Darfur è dentro di noi». In un certo senso è quello che oggi potremmo dire dell’Europa: è qualcosa dentro di noi, più che realmente tangibile là fuori. Il processo di integrazione del vecchio continente è un cantiere oggi più che mai aperto, che progredisce a piccoli passi, a volte per strappi o brusche sterzate, minato come è, dentro e fuori, da azioni e scelte che non sempre mettono d’accordo cittadini e leader politici dei 27 stati che lo formano.

Raccontare l’Europa attraverso il cinema

Sorry We Missed You Ken Loach

“Sorry We Missed You”

L’Europa è oggi un ginepraio da cui si esce solo armati di pazienza, diplomazia e buone intenzioni, e perché no anche di ironia. Per questo quello che si propone qui è un interrail alternativo, un percorso sui binari del cinema, un euroVision cinematografico. In sostanza, un viaggio tra gli Stati dell’Unione osservati dietro la lente di un regista o di una sceneggiatura, con cui provare a cogliere, fotografare, rappresentare l’aria che tira nel vecchio continente, senza la pretesa di prendersi troppo sul serio, fare i sofisticati, o pensare di essere esaustivi. Biglietto alla mano, partiamo.

Europa: 10 film che raccontano il Vecchio Continente

1 La parola con la C.

“Sorry We Missed You”: Ken Loach, Gran Bretagna, 2019. Correva il 18° secolo quando la Gran Bretagna trasformò del tutto la sua economia, avviando quel processo storico che tutti conosciamo come Rivoluzione Industriale e dando slancio al capitalismo moderno. Oltre trecento anni dopo la parola con la C. è diventata causa e soluzione di ogni vicenda politica e sociale. In questo film il regista Ken Loach non fa il sofisticato e chiarisce ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, da che parte stare. Oggi che l’Inghilterra è fuori dai confini europei e appare più complesso abbracciare il suo sogno di crescita, profitto e produzione, non ci resta che questo struggente film.

2 Ancora le banlieue. Sempre le banlieue

“I miserabili”: Ladj Ly, Francia, 2019. Un film come “L’Odio” è stato un vero e proprio cult. Non credo che “I Miserabili” di Ladj Ly ci si possa sostituire, ma una cosa la fa, e molto bene. Ci ricorda che 25 anni dopo il capolavoro di Kassovitz, le banlieue parigine sono ancora la patria dei miserabili, di tutte quelle persone centrifugate fuori dal sogno europeo per questioni di etnia, religione e costumi, e faticano a sentirsi parte del grande ideale politico e sociale che sta alla sua base. E oggi, come 25 anni fa, è giusto continuare a ribadirlo.

3 Una comune storia di emigrazione

“Victoria”: Sebastian Schipper, Germania, 2015. La Germania, locomotiva europea, è meta ambita da chiunque. Berlino continua a essere in cima alla lista della città più interessanti dell’intero continente, anche se c’è chi dice che non è più quella di una volta. In ogni caso, ha creato attorno a sé una sineddoche tedesca, come Londra per l’Inghilterra. Che tu sia un artista o un gelataio, uno studente Erasmus o un lavoratore, in quella città vedi una possibilità di riscatto o avventura. Lo stesso deve aver pensato la protagonista di questo film, che trascorrerà a Berlino una lunga e particolare notte. Da vedere senza guardare il trailer.

4 Soluzioni facili a problemi complessi

“Il buco”: Galder Gaztelu-Urrutia, Spagna, 2019. Negli ultimi anni il cinema spagnolo ci ha regalato poche emozioni e serie tv di dubbio gusto. Con “Il buco”, Gaztelu-Urrutia ci presenta un film che sembra seguire questa linea: di facile lettura, didascalico, persino un po’ retorico, eppure godibilissimo. In un’epoca in cui si fa a gara a voler essere originali e in cui si crocifiggono gli slogan perché propongono soluzioni facili a problemi complessi, ritornare ogni tanto alle basi può aiutarci a ristabilire le priorità e il gusto per le cose semplici. Consigliato dopo aver seguito la questione della Super Lega.

5 Il paese dei balocchi

Pinocchio Italia Europa

“Pinocchio”

“Pinocchio”: Matteo Garrone, Italia, 2019. Una fiaba immortale, quella del burattino di Collodi, che ancora oggi è in grado di metaforizzare le vicissitudini di un Paese che si racconta come tutto cuore, genio e guasconaggine, ma in cui, a conti fatti, prevalgono i mangiafuoco, i gatti e le volpi. Il nostro orizzonte si definisce al ribasso, stiamo sempre in campana, e speriamo che oltre la famiglia, il clima, il buon cibo e l’arte, ci sia davvero di che vivere qui.

6 Di colpe e di sacrifici

“Il sacrificio del cervo sacro”: Yorgos Lanthimos, Grecia, 2017. Questo film reinterpreta una tragedia di Euripide, “Ifigenia in Aulide”, e racconta la storia di un padre costretto a sacrificare uno dei suoi figli per espiare le proprie colpe e salvare la famiglia da una maledizione. Difficile non leggere nell’opera del cineasta greco una visione allegorica della crisi che ha devastato il suo paese tra il 2009 e il 2018, e per la quale l’Europa si è trovata più volte nella difficile condizione di staccare la spina prima che la “maledizione” facesse crollare, in un incontrollato effetto domino, tutti gli altri Stati dell’area EU.

7 Il valore, poco compreso, della storia

Il figlio di Saul

“Il figlio di Saul”

“Il figlio di Saul”: László Nemes, Ungheria, 2015. Il rapporto tra Ungheria ed Europa riguardo l’accoglienza dei migranti è da anni teso. Il paese di Orbán si rifiuta di accogliere le sue quote di redistribuzione, blinda il confine con polizia e recinzioni, osteggia le riforme europee in tema e inasprisce le sue leggi riguardo le richieste di asilo. Nel suo esordio alla regia con “Il figlio di Saul”, László Nemes ci racconta l’orrore vissuto da Saul, ebreo-ungherese internato ad Auschwitz e parte di un Sonderkommando. Un film che ci ricorda come il cammino verso l’integrazione e la valorizzazione dei diritti umani sia lungo, complesso e delicato, retto su equilibri politici le cui conseguenze possono essere tragiche.

8 “The Hater”

“The Hater”: Jan Komasa, Polonia, 2020. Come il vicino ungherese, la Polonia si impegna giornalmente a violare i principi dello stato di diritto su cui si fonda l’Europa. Di recente ha dichiarato di essere una zona libera “dall’ideologia LGBTIQ”, ha introdotto leggi che vietano l’aborto e impediscono ai giudici di esprimere opinioni critiche e politiche verso il governo. Insomma, il clima a Varsavia non è disteso, sebbene i movimenti per i diritti civili non manchino di farsi sentire per le strade della città. Per questo la visione del film di Komasa può essere il tentativo di trovare una catarsi che ci liberi da questo perenne stato di odio e scontro.

9 Non tutto è oro ciò che luccica

“Pusher – La trilogia”: Nicolas Winding Refn, Danimarca, 1996-2005. Questa trilogia, che può essere vista come un unico film in tre parti, oltre a esprimere la potenza del cinema di Nicolas Winding Refn, va oltre la retorica che dipinge i Paesi del nord Europa come luoghi idilliaci, ordinati e funzionali come un’esposizione Ikea il lunedì mattina. La Copenaghen rappresentata in queste tre opere è tutto fuorché un posto in cui vivere. Il suo sottobosco ribolle delle tragedie di piccoli e grandi spacciatori, ladri d’auto, prostitute, tossici, trafficanti serbi, delinquenti albanesi e teppistelli turchi. Le loro vite si intrecciano in una spirale di violenza e rassegnazione, nere e fredde come la notte in cui vanno in scena.

10 Finali ambigui

“Dio esiste e vive a Bruxelles”: Jaco Van Dormael, Belgio, 2015. Chiudiamo la rassegna con questa commedia belga, in cui una premessa interessante e visionaria si perde lungo il cammino dietro scelte poco funzionali a mantenere la scommessa iniziale, finendo per lasciarci con un certo amaro in bocca e il pensiero che sì, in effetti, si poteva fare di meglio. Parliamo del film, naturalmente.

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