Zero K: Noah Hawley e la Fox di nuovo insieme per un progetto

Lo scorso anno la Fox aveva annunciato l’idea di voler adattare per il piccolo schermo il recente romanzo di Don DeLillo, “Zero K“. Da allora c’è stato un gran silenzio intorno a questo progetto. Fino a ieri, quando ComingSoon.net ha riportato che il nuovo show televisivo sarà sviluppato nientepopodimeno che da Noah Hawley, la mente dietro serie TV di successo come “Fargo” e “Legion”, tutt’ora alla sua prima stagione.

Zero K: Hawley-McDowell-Lader, il team dietro le quinte della nuova serie targata Fox

Zero K il romanzo di DeLillo ispira una nuova miniserie

Parziale della copertina dell’ultimo romanzo di Don DeLillo, “Zero K”, sul quale è basata la nuova miniserie Fox.

Il regista di “Legion” farà parte di un team di sviluppo composto da Charlie McDowell e Justin Lader, i quali già insieme hanno lavorato allo sci-fi drama “The One I Love” e sono in procinto di far uscire il loro nuovo progetto con Netflix, “The Discovery”, interpretato da Robert Redford, Rooney Mara, Jason Segel, Riley Keough and Jesse Plemons.

“Il prossimo obiettivo per me e Justin Lader, mio partner di scrittura, è un libro di Don DeLillo, “Zero K” – ha detto McDowell – “Noah Hawley si è aggiunto al progetto e questo ci è molto piaciuto. Lo stiamo adattando insieme a Scott Rudin, produttore di FX. Sarà una miniserie. E’ un progetto esoterico-fantascientifico che sonderà definitivamente aspetti che abbiamo esplorato prima, ma in modo più ambizioso e più visivo.”

“Per me è come se un sogno diventi realtà, perché sono ossessionato dalle cose e dalle storie che [Noah Hawley] sta raccontando” – ha continuato McDowell – “E’ una mente così brillante. Essere in grado di collaborare con qualcuno di simile? Non lo abbiamo ancora fatto. Solamente tra noi due, fino ad ora. Lavorare con qualcuno che stiamiamo e rispettiamo così tanto porterà a un’incredibile collaborazione”.

Zero K: quando il denaro permette l’impossibile (o quasi)

Il romanzo di Don DeLillo s’incentra sulla figura di Jeffrey Lockhart, protagonista e narratore egli stesso, figlio di Ross Lockhart, probabilmente il più ricco e influente magnate dell’alta finanza newyorkese. Ross è sposato con la sua seconda moglie, Artis Martineau, una geniale e affascinante scienziata affetta da un cancro incurabile.

Ross è suo malgrado coinvolto in un singolare progetto, straordinario e folle allo stesso tempo: la sconfitta della morte. Infatti da tempo sovvenziona la ricerca per Convergence, un’azienda specializzata nello sviluppo di avanzate tecnologie biomediche e informatiche, il cui scopo è la conservazione dei corpi e delle coscienze di quanti appena dopo o poco prima del trapasso decidono di farsi congelare.

Tutto ciò è possibile tramite una rivoluzionaria tecnologia criogenica. La speranza dei ‘dormienti’ è quella di risvegliarsi in un imprecisato futuro, quando la medicina avrà raggiunto un livello tale da permettere la sconfitta di tutte le malattie.

Così inizia il viaggio di Jeffrey, il figlio di Ross, verso la segretissima sede di Convergence, situata in un punto quasi inaccessibile del deserto del Kazakistan. Nella struttura Jeffrey dovrà fare i conti con la scelta del padre e con una sorta di confraternita eterogenea che muove i fili del progetto.

Zero K: dopo “Legion”, grande attesa per il contributo di Noah Hawley

Dopo “Fargo” e “Legion”, Noah Hawley sembra dunque voler cimentarsi in un nuovo show televisivo. Una miniserie basata sul romanzo di Don DeLillo che, date le eccezionali capacità narrative e sperimentali già mostrate con le altre due realtà teletivisive, sicuramente confermerà il suo modo tutto originale di approcciarsi all’arte della cinepresa. Con “Legion”, ispirata dall’omonimo personaggio dell’universo fumettistico Marvel, il regista e sceneggiatore statunitense ha mostrato di saperci fare e saper rischiare. Il suo contributo a questa nuova creatura di casa Fox è circondato da un clima di spasmodica attesa non solo da parte delle due menti dietro il progetto, Charlie McDowell e Justin Lader.

Sperando che “Zero K” riesca ad imporsi come narrazione televisiva innovativa e sperimentale, senza cadare nella banalità della ri-proposizione di soliti schemi narrativi, ma ben sviluppando la scrittura e le tematiche di una delle penne più acclamate del XX secolo americano e non solo.

Alfonso Canale

20/03/2017

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