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Twin Peaks 3×17 e 3×18 – Recensione e Spoiler

Con i due episodi conclusivi di “Twin Peaks” si è consumato il gran finale di uno show che passerà agli annali della storia della televisione e che – diciamolo subito – è tanto aperto quanto oscuro.

Twin Peaks 3×17: una reunion strepitosa di tutti i personaggi

Twin Peaks: alcuni dei protagonisti della serie cult del 1990-91

Già il penultimo episodio di questa terza stagione di “Twin Peaks” è veramente strepitoso e riunisce finalmente quasi tutti i protagonisti della serie proprio a Twin Peaks, luogo topico che ha dato il titolo all’intera opera.

Fino a ora i nodi focali della vicenda legata a questa terza stagione avevano avuto luogo per lo più in South Dakota e a Las Vegas. Nella piccola cittadini c’erano stati più che altro dei bei cammei di vari personaggi storici, tra cui la Signora Ceppo, che ci ha lasciato per sempre. Ora è tempo per tutti, Dale Cooper in primis, di tornare da dove tutto era partito e rimettere le cose a posto… E già, perché è proprio quello che succede nell’episodio finale, anche se in realtà ci sono parecchie cose che non sono del tutto chiare. Ma stiamo parlando di David Lynch, che si diverte a confondere lo spettatore chiudendolo in una lunga galleria di specchi deformanti e questo, per chi conosce e ama lo straordinario e criptico regista, non stupisce più di tanto.

Twin Peaks: dimensione onirica e sovrannaturale in una continuo alternarsi di spazi temporali diversi

Twin Peaks: David Lynch e gli interpreti principali

Il sottotitolo del finale potrebbe essere “It’s future or is past?”, come detto nella Loggia Nera a Dale, prima della sua spettacolare uscita, da Mike, l’uomo con un braccio solo. E si parte proprio da queste immagini, che appartenevano al terzo episodio, per arrivare alla grande reunion di tutti nell’ufficio dello sceriffo Truman.

C’è in primis il Bad Cooper, colpito dalla pistola dalla piccola Lucy che ha capito che quello non è il doppelganger buono; del resto, il Bad Cooper ha anche rifiutato il caffè che gli volevano offrire, cosa che non passa inosservata, vista la nota passione del buono per la bevanda nera.

Come nell’ottavo episodio, il più visionari di tutti, le solite ombre cercano di riportare in vita il male. Questa volta qualcosa però non funziona. Capiamo finalmente il ruolo di Freddie/Jake Wordle il biondino inglese dal pugno micidiale, che si trova lì non per caso; è lui, infatti, a frantumare in mille pezzi una bolla enorme che rappresenta lo spirito di Bob, uscita dal corpo di Bad Coop. Assiste a tutto ciò tutta la squadra composta da Albert, Tammy e Gordon arrivata dal South Dakota. Sono loro i depositari dei segreti del mistero “Blue Rose”, il primo caso misterioso che vide coinvolti Gordon e lo scomparso nel nulla Philip Jeffries/David Bowie apparso fugacemente in “Fuoco cammina con me” e ora diventato solo una voce proveniente da una grande caffettiera.

Oramai sappiamo dove si trova la Loggia Bianca, scoperta grazie alle coordinate lasciate dal padre di Bobby Briggs al figlio. Ci era entrato Andy, il poliziotto di provincia apparentemente stupido e puro di cuore, che aveva parlato con il Gigante che diceva di essere “The Fireman” e lo aveva accolto in una sorta di Club Silencio di “Mullholland Drive”.

Con sé aveva portato la misteriosa Naido, donna senza occhi e incapace di parlare che – udite, udite  – è la vera Diane. Capiamo solo adesso quanto la sua relazione con Coop non fosse solo professionale. Abbiamo un numero in testa, quello detto in precedenza al detective dal Gigante/Fireman: 430, più due nomi Richard e Linda e c’è la chiave della stanza 315, da cui sparì il nostro eroe 25 anni fa. Dale Cooper torna in sè, le ombre si dissolvono e così si chiude il diciassettesimo episodio.

Twin Peaks 3×18: il cinema di David Lynch con le sue narrazioni assolutamente non lineari e il disseminare indizi come un novello Pollicino nel bosco

David Lynch nei panni di Gordo Cole

In un plot in cui il bene e il male si fronteggiano continuamente, appare chiaro come il Dale Cooper risvegliatosi a Las Vegas dopo aver vissuto come Dougie per un bel po’ sia l’incarnazione del bene. La sua missione, dopo un lungo e periglioso viaggio tra diverse dimensioni, era quella di salvare Laura Palmer. Fa decisamente un certo effetto, quindi, rivedere gran parte dell’ultima giornata della nostra eroina e capire che potrebbe esserci un happy end. Tra l’altro, David Lynch condisce il suo finale con un bel tocco di romanticismo, se non passione, tra Diane e Dale, che diventano non casualmente con le prime luci dell’alba Richard e Linda.

Nella realtà o nel sogno, chi lo sa, troviamo a Odessa, in Texas, una signorina di nome Laurie Page che è una goccia d’acqua con Laura Palmer. Il buon Dale e lei, che non si ricorda chi è, tornano a casa a Twin Peaks per scoprire che probabilmente sono stati inghiottiti in uno spazio temporale sfasato, stile “Donnie Darko”. E qui arriva la parola FIN.

Diciamola tutta, questa conclusione tanto attesa è confusa come il tempo in cui Mr. Lynch ci convince di essere, o forse di non essere.

Twin Peaks: una conclusione tutta da metabolizzare

Si possono fare diverse supposizione su questo finale di “Twin Peaks”, dalla prima più banale del viaggio nel tempo a quella più complessa di un mondo fatto di vari livelli, come una sorta di grande cipolla. In questo caso può avere senso lo smarrimento della povera Audrey visto come solo un sogno, l’aria folle di Sarah, madre di Laura, in preda all’alcol e catturata da assurde trasmissioni televisive.

Rientra in un qualche modo anche il ritorno a casa del doppelganger Dougie/Cooper dalla mogliettina Jane-E e dal figlioletto in quel di Las Vegas nello stesso momento in cui il vero Dale cerca di salvare Laura Palmer.

Chiunque ha amato “Mullholland Drive” di Lynch, lo avrà visto diverse volte per far quadrare dettagli che spesso si contraddicono; questo discorso vale anche per il revival della serie, di cui non si sa se ci sarà un seguito.

A parte la difficoltà di comprensione di questo finale non si può comunque non aver amato alla follia episodi come l’ottavo, il terzo e il sedicesimo per ragioni completamente diverse. In fondo valeva la pena aspettare venticinque anni e non possiamo che dire grazie a David Lynch e al suo sodale Mark Frost per questo viaggio visionario lungo diciotto ore.

Ivana Faranda

04/09/2017

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