Totò - Biografia
Totò, al secolo Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comnemo De Curtis di Bisanzio Gagliardi, è per tutti noi “Il principe della risata”
(Napoli, 15 febbraio 1898 – Roma, 15 Aprile 1967)
Totò, al secolo Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comnemo De Curtis di Bisanzio Gagliardi, è per tutti noi “Il principe della risata”. Ha girato nella sua lunga carriera almeno 100 film, anche se non tutti sono stati dei capolavori, come lui stesso ammetteva. La critica l’ha rivalutato soltanto nel 1971 a quattro anni dalla sua scomparsa, avvenuta nel 1967.
Totò nasce a Napoli nel 1898 nel cuore di rione Sanità ed è figlio illegittimo del Principe De Curtis, che lo riconoscerà legalmente soltanto nel 1937, anche se nel frattempo lui, nel 1933, si è fatto adottare dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas in cambio di una rendita. Viene educato dalla madre, che s’inventa quel nome che poi diventerà il suo marchio di fabbrica, come diminutivo di Antonio. Forse anche a causa della mancanza del padre è uno scolaro distratto e non prenderà mai la licenza ginnasiale. È invece molto attratto dal teatro, al punto che a soli quindici anni fa già i suoi primi spettacoli. Tutta la sua arte viene proprio da anni e anni di frequentazioni di palcoscenico con guitti che recitano senza nessuna sceneggiatura. Ed è quello che farà lui per tutta la vita, facendo impazzire e gioire al tempo stesso i registi con cui lavora. A questo aggiunge un movimento particolare del corpo, quasi simile a quello di una marionetta e la sua “divisa” che non cambierà mai. Nel 1915 si arruola nell’esercito per la grande guerra ma la disciplina militare non fa per lui, che per farsi congedare si finge epilettico. Nasce in questi anni la frase “siamo uomini o caporali?” che diventerà anche il titolo di un film nel 1955.
Dopo il fiasco di uno spettacolo ad Aversa va a Roma. Lì, dopo piccoli ingaggi, troverà il successo con una scrittura all’Ambra Iovinelli e al teatro Umberto. Sono gli anni dell’avanspettacolo: nel 1929 c’è l’incontro fatale con la subrettina Liliana Castagnola, che, nonostante i molteplici ammiratori, si innamora di lui. Dopo un anno di passione si suiciderà per esser stata lasciata da Totò per la sua gelosia. Questa disgrazia segna l’esistenza dell’attore che la fa seppellire nella tomba di famiglia e chiama con il suo nome la sua unica figlia. Quest’ultima nascerà nel 1933 dall’unione con Diana Bandini di appena quindici anni. I due si sposeranno nel 1935, ma a causa della gelosia dell’attore per la giovane moglie, la loro relazione sarà molto tumultuosa. Oramai famoso per le sue macchiette, Totò incontra il cinema nel 1937 con “Fermo con le mani” di Gero Zambuto, in cui imita il famoso vagabondo di Charlie Chaplin. Però il suo vero personaggio nasce con “San Giovanni Decollato” di Amleto Palermi nel 1940. Divorzia in Bulgaria dalla moglie ma le resterà legato per almeno altri dieci anni ancora. Con Michele Galdieri, il più grande scrittore di riviste teatrali di quegli anni e la grande Anna Magnani, incontra Mario Castellani che sarà una delle sue “spalle” per ben 42 film. Oramai, all’avanspettacolo è subentrata la rivista, che spesso tratta la politica con toni satirici. Infatti, per “Che ti sei messo in testa?” nel 1944 che prendeva in giro Hitler e Mussolini, Totò e i De Filippo devono scappare da Roma. La grande celebrità arriva nel 1947 con “I due orfanelli” il primo dei tanti diretti da Mario Mattoli, con cui Totò stringerà un lungo sodalizio artistico e realizzerà almeno 16 film, low budget, dal grande incasso, girati in meno di un mese. Ovviamente la trama è solo accennata e le battute tutte improvvisate dal grande attore. Di questo periodo ricordiamo i lavori più famosi: “Fifa e arena” (1948) di Mario Mattoli con cui gira anche “Totò al giro d’Italia” (1948); “Totò cerca casa” (1949) di Steno e Mario Monicelli; “Totò cerca moglie” (1950) di Carlo Ludovico Bragaglia; “Napoli milionaria” (1950), dove per la prima volta è diretto da Eduardo De Filippo.
Oramai star riconosciuta, nel 1950 divide il set di “47 morto che parla” sempre di Carlo Ludovico Bragaglia con la bellissima Silvana Pampanini, con cui probabilmente ha un flirt. E proprio quest’ultima passione, sicuramente non la sola, farà naufragare definitivamente l’unione con Diana Bandini, che si sposerà con un altro. Per lei Totò scriverà la canzone d’amore “Malafemmena” su di un pacchetto di sigarette in una notte di malinconia. È del 1951 “Guardie e ladri” di Steno e Mario Monicelli. A differenza di molti altri c’è una storia ben costruita e l’attore napoletano divide la scena con Aldo Fabrizi. Quest’ultimo sarà letteralmente sopraffatto da Totò, che per questa interpretazione prenderà il Nastro e la Maschera d’Argento. I due faranno altre quattro pellicole insieme e lì l’attore romano saprà trovare i suoi spazi. Anzi alla fine Fabrizi sarà l’unico del mondo del cinema frequentato anche nella vita privata. Nel 1952, dopo averla vista sulla copertina di una rivista, s’innamorerà della giovanissima Franca Faldini, che pur non sposandolo, gli starà vicino per tutta la vita. Dalla loro unione nascerà un bambino che morirà a pochi giorni di vita. Insieme gireranno diversi film. Non è molto facile recitare con Totò, che con la sua verve comica e d il suo carisma ruba spazio alla sua “spalla”. Infatti lo subiscono, loro malgrado, il grande Macario (6 film insieme) e Nino Taranto che lo ammirerà sempre.
È del 1952 il primo film italiano girato a colori “Totò a colori” di Steno, dove sembra che a causa delle luci troppo forti l’attore comincia ad avere i primi problemi alla vista. “Il più comico spettacolo del mondo” di Mattoli del 1953 è il primo ed unico film tridimensionale italiano, che lo vede come protagonista. Un cast stellare con Eduardo De Filippo, Sophia Loren e Totò protagonista è presente nel film a episodi di Vittorio De Sica “L’oro di Napoli” del 1954. Il principe della risata è un poveraccio, la cui casa è stata letteralmente invasa da un guappo. Nello stesso anno è diretto da Mattoli in “Miseria e nobiltà”. “Siamo uomini o caporali?” (1955), il cui titolo è entrato nella storia del cinema, è diretto da Camillo Mastrocinque, regista che inventa nel 1956 la coppia comica Totò/Peppino de Filippo con “La banda degli onesti”. Seguiranno negli anni altre 16 pellicole, di cui alcune memorabili, in cui i due, incontratisi nel 1918 a Napoli al Teatro Mercadante, si divideranno la scena alla pari. Tra le loro mille gag è memorabile quella della lettera con “la moria delle vacche” in “Totò, Peppino e la…malafemmina”. Il film è del 1956, anno della sua ultima tournèe teatrale “A prescindere”, interrotta per gravi problemi alla cornea destra dell’attore, già malato all’occhio sinistro. Da questo momento, quasi cieco, deve portare sempre gli occhiali neri, tranne che sul set. Per questa ragione, fino alla fine della sua carriera, i registi vanno a casa sua ai Parioli a leggergli i copioni alle tre di notte, ora in cui lui si sente in forma. Nel 1958 gira con Mario Monicelli “I soliti ignoti”, film cult della commedia all’italiana con mostri sacri come Mastroianni e Gassman.
La sua stella però sta decadendo ed i lavori memorabili degli anni a venire non sono molti. Memorabile la sua interpretazione, con il cameo di Mike Bongiorno in “Totò lascia o raddoppia?” (1958). La solita coppia De Filippo/Totò, diretta da Mattoli, racconta la caduta del varietà in “Signori si nasce” nel 1960, un titolo perfetto per un uomo come lui da sempre ossessionato dalla nobiltà. Ma è Corbucci a mettere insieme per la prima volta il Principe De Curtis e Vittorio De Sica in una commedia degli equivoci tra un militare ed un falso prete amici/nemici in “I due marescialli” del 1962, con un risultato eccellente. Sempre con Corbucci recita ne “Lo smemorato di Collegno” (1962); mentre diretto da Fernando Cerchio affianco a Moira Orfei gira “Totò e Cleopatra” (1963). Di nuovo con Corbucci nel 1963 racconta i retroscena non sempre cristallini della politica ne “Gli onorevoli” con il famoso “Votantonio”, slogan elettorale dell’attore partenopeo nei panni di un candidato. Mentre Totò è un personaggio stranamente a tinte fosche ne “La Mandragola” di Alberto Lattuada del 1965, tratto dalla commedia di Niccolò Machiavelli. Come già era apparso nel precedente “Che fine ha fatto Totò Baby” (1964) di Ottavio Alessi, solo sulla carta parodia del famoso “Che fine ha fatto Baby Jane” con la cattiva hollywoodiana Bette Davis. Gli ultimi anni di Totò sono segnati dall’incontro con Pier Paolo Pasolini, che lo fa rivalutare finalmente agli occhi della critica. Sono due timidi che si riconoscono, secondo le parole di Franca Faldini. Insieme faranno una trilogia. Si comincia con “Uccellacci e uccellini” del 1966 che gli vale un Nastro d’Argento del sindacato nazionale giornalisti cinematografici e una menzione speciale a Cannes. Totò e Ninetto Davoli sono padre e figlio che camminano in una triste periferia romana, seguiti da un corvo parlante che alla fine si mangeranno. Segue nel 1967 “Le streghe” uno degli episodi del film “La terra vista dalla luna”, con una triste Silvana Mangano, sposata a De Curtis nei panni di un povero vedovo e, infine, due episodi di “Capriccio all’italiana”, uno firmato da Steno e l’altro da Pasolini, dal titolo “Che cosa sono le nuvole?” con uno straordinario Totò e un malinconico Ninetto Davoli, nei panni di due marionette mascherate da Otello e Jago che vengono buttate via da uno spazzino che ha la faccia e la voce di Domenico Modugno. Finite in una discarica a cielo aperto prima di morire ammireranno per l’ultima volta la volta celeste. È in qualche modo il testamento spirituale del grande Totò, che morirà un mese dopo la fine delle riprese.
Ma grazie a Pier Paolo Pasolini Totò entra a pieno titolo nel cinema d’autore italiano meritatamente. Il 15 aprile 1967 nella sua casa romana l’artista muore d’infarto alle tre di notte, dopo aver vissuto da grande. Avrà tre funerali: uno a Roma, l’altro nella sua Napoli dove sarà seppellito ed infine l’ultimo con una bara vuota organizzato da un boss della camorra seguito da una incredibile folla.
Eppure anche lui, il Principe De Curtis, per la morte sarà “A livella” come tutti gli altri, come egli stesso aveva malinconicamente detto in una sua poesia.
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